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Full text of "Bollettini ECN Milano"

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E C N M I l A H 


S p e € ì a I e 

Dibattito: 

YUGO 

SIAVIA 

Viaggio in 

PERÙ' 


Aprile 1993 

Modem 02 2840243 








ecn milano 


Come compagni del movimento antagonista 
veneto, pensiamo sia necessario affrontare 
oggi un dibattito approfondito sulla Yugoslavia, 
sui processi di disgregazione del socialismo 
reale, sulle caratteristiche di “pulizia etnica” e 
di “guerra tra etnie” che caratterizzano il nuovo 
ordine/disordine mondiale. 

Non si tratta di problemi del “passato”, un 
ritorno della barbarie “contro” la razionalità e la 
“modernizzazione” del capitale, al contrario la 
rinascita dei nazionalismi, localismi, del 
razzismo, degli orrori della “polizia etnica” sono 
funzionali e strutturali al “nuovo ordine”, alla 
nuova dimensione internazionale del dominio e 
dell’oppressione. 

La pace universale e la democrazia 
capitalistica nascondono il dispotismo, il 
comando, la diseguaglianza sociale ed 
economica, le gerarchie e suddivisioni tra nord 
e sud su scala locale e planetaria. Il GRANDE 
PARADOSSO; la fine del sistema bipolare ha 
messo a nudo le contraddizioni della nostra 
epoca, direttamente, senza veli fra capitale e 
lavoro, ricchezza e miseria, dominio e libertà. 
Ma nello stesso tempo, vecchi paradigmi 
interpretativi comunque legati a quel tipo di 
sistema, a quel particolare immaginario, sono 
oggi inservibili. Come interpretare dal punto di 
vista di classe ciò che sta succedendo oggi 
nella ex Jugoslavia, nell’ex Unione Sovcietica 
ma anche in Africa, dalla Somalia al 
Mozambico? 

O meglio, è possibile oggi ridefinire dinamiche 
reali di liberazione sociale e di classe in uno 
scenario nuovo, radicalmente mutato, 
all’interno delle situazioni concrete, così come 
si stanno disegnando e configurando in Europa 
e nell’economia-mondo? Come, in che 
maniera, in che forma? Con che strumenti è 
possibile aggredire il nodo della “guerra” oggi? 

E sufficiente lo schema “complotto imperialista” 
per comprendere ed agire con efficacia 
politica, per trasformare l’esistente negli 
scenari complessi, caotici del “disordine 
mondiale?”. 

La questione dell’auto-determinazione è di 
importanza cruciale: indubbiamente, il concetto 
è ambiguo e contraddittorio, è anche vero, 
però, che all’interno della vecchia fase del 


Yugoslavia 


sistema bipolare, l’autodeterminazione si è 
strettamente legata neH’immaginario comunista 
e dei movimenti rivoluzionari alle lotte di 
indipendenza nazionale contro l’imperialismo. 
Oggi, il concetto sembra completamente 
rovesciato: l’autodeterminazione significa non 
indipendenza, bensì lotta per avere un posto al 
sole, una posizione di privilegio nel mercato 
internazionale e nel capitalismo sviluppato, per 
entrare nel “club” dei ricchi. 

Eppure, l’autodeterminazione, la costituzione 
di “nuovi piccoli stati”, popoli ed etnie, come in 
Jugoslavia, o la loro gestazione, sono 
fenomeni reali, dai quali non è possibile 
ritornare indietro. Dunque, il problema, 
’Tenigma”, consiste proprio in questo: è 
possibile, nell’iniziativa politica antagonista e 
rivoluzionaria, sottrarre concretamente, oggi, il 
concetto di autodeterminazione dalla “guerra 
etnica”, dal razzismo, dalla logica nazional- 
popolare e sviluppare all’Interno di questa 
dimensione dinamiche, percorsi, progetti di 
liberazione, di democrazia radicale, di 
distruzione delle nuove frontiere, di apertura di 
comunicazione, di una nuova carta dei diritti 
che permetta la libera circolazione, le garanzie, 
è possibile la mescolanza, il rapporto tra le 
differenze? E possibile ridefinire l’auto- 
determinazione in senso rivoluzionario nelle 
attuali condizioni? 

Su questi temi si tratta a nostro avviso di aprire 
il dibattito senza frontiere... per costruire nelle 
diversità momenti reali di confronto anche nei 
territori dove queste contraddizioni si sono 
rese esplosive... 


Aprile 1993 


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ecn milano 


Padova, 25 febbraio 1993 

La guerra etnica 
nell'ex Jugoslavia 


PRIMO COMPAGNO 

Quello che sta succedendo nei paesi dell’Est, in 
Jugoslavia ed Unione Sovietica, si inserisce nel quadro 
delpost-socialismo,manellostessotempo noi viviamo, 
dall'interno, anche la crisi del capitalismo. Sostan- 
zialmente, quindi, il vecchio immaginario, che bene o 
maie noi tutti abbiamo vissuto, il rapporto tra im- 
perialismo e lotte d'indipendenza nazionale e 
autodeterminazione dei popoli assume oggi un 
significato diverso rispetto alle mutate condizioni 
storiche-sociali e rispetto allo scenario internazionale 
che si pone. 

Questo presuppone anche una riflessione molto 
profonda su quello che significa autodeterminazione. 
Il concetto di autodeterminazione è sempre stato un 
patrimonio che ha assunto neile varie fasi storiche, 
dal punto di vista della sinistra, intesa in senso 
generale, un significato liberatorio rispetto a delle 
forze di dominio, a delle forze oppressive, a deile forze 
imperialiste. Qggi assistiamo ad un processo che 
potremo dire quasi rovesciato, nel senso che l'auto- 
determinazione e l'Indipendenza sono una lottacon le 
armi, la politica e l’economia non tanto per liberarsi da 
una struttura integrata di dominio e da una struttura, 
noi la chiamiamo, di capitalismo avanzato ma ai con- 
trario proprio per legarsi, peravere un ruolo, peravere 
un posto all’Interno del mercato internazionale e 
aH’interno di quello che è questa struttura integrata. E’ 
una lotta di autodeter-minazione per essere integrati 


aH’interno di una struttura di capitalismo sviluppato, 
quale è il capitalismo europeo. Quindi è chiaro che c'è 
un rovesciamento del concetto di autodeterminazione. 
D’altra parte è anche vero (per questo voglio sotto- 
lineare l’ambiguità di questo concetto) che il concetto 
di autodeterminazione ha comunque un suo peso, un 
suo significato reale, nel senso che quando il 90% di 
una popolazione, come quella slovena per esempio, 
vuole costruire un proprio stato, un proprio soggetto 
politico è evidente che su questa base noi dobbiamo 
riflettere. E’ un dato, un fatto. 

Le categorie nostre, nel senso di concepire l'auto- 
determinazione come un atto di liberazione dall’im- 
perialismo in generale, sono saltate; è anche vero, 
però, che non possiamo, oggi, riferirci a quel vecchio 
schema perché, evidentemente, non ci sono più le 
condizioni storiche-politiche-sociali che facevano si 
che l’autodeterminazione fosse intesa In quella 
determinata maniera. E però l’autodeterminazione 
c’è, è un fatto reale. 

Questo processo nella Jugoslavia si è determinato in 
un certo modo, ma anche nel resto dell’occidente 
vediamo che processi analoghi, senza guerra con ie 
armi ma che però politicamente alludono ad un tipo di 
"secessione" dali’autorità centrale e nazionale, 
esistono. Esistono anche in Italia. Quindi dobbiamo, 
oggi, fare i conti con questo tipo di problemi, partendo, 
però, non dal filtro di un vecchio immaginario, non da 
una vecchia logica politica ma, come diceva giusta- 
mente Marx, dair”analisi concreta e la situazione 


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Speciah YUGOSLAVIA / PERÙ' 



ecn mìlano 


concreta” nel senso che oggi questi processi esistono, 
sonodeterminati.llproblema nostro, della soggettività 
antagonista e comunista oggi, come la intendiamo 
noi, è quella di capire come dentro a questi processi 
materiaii che si sono costituiti, che sono qualcosa di 
nuovo, noi possiamo agire/interagire, quali dinamiche 
ail'interno di questi processi si mettono in moto e 
soprattuttoqualenuovacartadei diritti, quali dinamiche 
costituenti, quali poteri, quali forze all’interno di questi 
processi si determinano. Ma oggi! Senza avere iifiitro 
del passato, senza liquidare II tutto attraverso un 
discorso di questo tipo: siamo contro la guerra. Però 
siamo contro la guerra allo stesso modo dei pacifisti 
quando, p.e., sono andati nella ex-Jugoslavia con la 
loro carovana e si sono sentiti dire “Bravi, bravissimi! 
Ma noi qui abbiamo bisogno di armi!", perché di fatto 
queliaèunadinamicacheèassolutamenteinarrestabiie 
da questo punto di vista. 

Slamo perl’intervento ONU? Non siamo per l’intervento 
ONU, ovviamente. Siamo perché laquestionesiesau- 
riscaefaccia il suocorso, nelsensodi un annientamen- 
to, una distruzione radicale e totale? No, neanche su 
questo siamo d’accordo. 

Quindi, si tratta di deiineare i percorsi, di tracciare una 
strada diversa che parte dai dati consolidati, cioè ii fat- 
to che esiste la Slovenia, che esiste la Croazia, che e- 
sistono delle realtà che si sono autodeterminate, 
magari non nel senso che noi avremmo sperato, però 
queste realtà esistono e raccolgono II consenso della 
maggioranza della popolazione. Da questo punto di 
vista, io penso che una riflessione politica seria sulla 
questione debba partire da questo presupposto, senza 
fiitrare questi problemi con un tipo di logiche che 
vedono lo scontro mondiale tra proletariato e borghesia 
imperialista. 

Mispiego, ie categorie chesisono usate per interpretare 
lo sviluppo del capitalismo più o meno sono queste: lo 
sviluppo del capitalismo porta aduna omogenizzazione 
e una omologazione su terreno mondiale rispetto allo 
scontro di classe, cioè si sviluppa il capitalismo da una 
parte e dall’altra si sviluppa la classe, il proletariato. 
Ora noi ci troviamo di fronte una difficoltà enorme 
perché nella nostra tradizione di pensiero, nel nostro 
modo di concepire le cose, nella nostra educazione 
politica, nella nostra esperienza in realtà non ci siamo 
mai confrontati con altri fenomeni, con fenomeni che 
noi abbiamo messo sempre in bocca alla destra: cioè 
le questioni della nazione, del popolo, della razza, 
dell’etnia. Paradossalmente oggi vediamo che vi è la 
sussunzione reale, quindi c’è la massima espansione 
del mercato internazionale dal punto di vista del 
capitale, vi è sicuramente ii massimo del dominio del 
capitale dal punto di vista internazionale, ma al polo 
opposto non abbiamo la classe, non abbiamo il 
proletarlato inteso In senso classico. Al contrario 
abbiamo una serie di scontri etnici, un rispuntare, non 


solo nei paesi dell’ex-terzomondo ma all'Interno 
dell’Europa stessa, dei nazionalismi. Vediamo ri- 
spuntare una cultura che sì fonda sulle differenziazioni 
etniche da un punto di vista culturale, economico, 
sociale. Ora, nonostante sia difficile o a volte disgustoso 
parlare di popolo e di etnie, il problema è questo: cosa 
sono oggiquestifenomeni?lnche senso noipossiamo 
ricollocare queste questioni all'Interno della modernità? 
Questo è il punto. 

L'impostazione che volevo dare aH’inizio parte da un 
lato dal toccare il discorso-Jugoslavia con alcune 
problematiche estremamente complesse e difficili: 
cos’èecosasignificarautodeterminazìone? Prendiamo 
atto del fatto che comunque c’è ed esiste, che sia frutto 
di un fenomeno storico (la dissoluzione dì una certa 
forma di socialismo jugoslavo), che abbia alle sue 
spalle anche il concetto dell’autogestione cosi come si 
era determinato, che abbia alle spalle la storia di 
questo paese. Però il problema è questo: oggi que-sta 
storia è chiusa, noi dobbiamo rivedere la situazione da 
un punto di vista di un’altra storia, da un altro punto di 
partenza, da un altro presupposto. E’ dentro questo 
presupposto che pongo la domanda: cosa facciamo 
dentro questo nuovo presupposto fondante di questa 
nuova realtà? Questo da un lato. 

L’altro lato è quello che sempre di più dovremmo sfor- 
zarci anche a produrre idee, riflessioni su quelli che 
sono dei concetti quali la nazione, la razza, l’etnia, il 
popolo. Cosa sono queste cose? Su questo aspetto ci 
possono essere degli stimoli interessanti perché qui 
non implica solamente una definizione categoriale di 
alcune questioni. Nessuno è riuscito a farlo, in realtà, 
neanche l’ONU, L’ONU sì è sforzata per molto tempo 
di definire cos’è il popolo: non c’è mai riuscita. E nes- 
suno ci riuscirà mai, per un motivo molto semplice: 
perché necessariamente la nozione di popolo è una 
nozione ambigua, è un’identità ambigua, cosi come la 
nozione di razza, di etnia e di nazionalità (qui credo sia 
molto Importante il testo di Wallesteìn- Balibar "razza 
nazione e classe”). Ambigue perché? Perché questa 
ambiguità non è solo una mistificazione delle classi 
dominanti, è un’ambiguità strutturale, cioè è un’am- 
biguità che affonda le sue radici nella modernità e nello 
sviluppo della modernità. I concetti di popolo, di nazio- 
ne e successivamente, se non simultaneamente, di 
razza e di etnia si sviluppano in senso moderno (la- 
sciando perdere la storia, l’antichità, ecc.) a cavallo 
delle grandi rivoluzioni, fra la metà del 1600 e il 1800. 
Si sviluppano dentro a quale processo, dentro a quale 
fondamento? L’accumulazione originaria del capitale, 
la necessitàdi costruire degli stati nazionali, degli stati- 
nazione, la necessità di centralizzare e di unificare dal 
punto di vista dell’economia e della politica. 

Cosa succede? Queste categorie sono necessaria- 
mente ambigue perché da una parte la borghesia, 
come classe ascendente, si pone come classe garante 


Afri» J993 


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ecn mìlano 


dei diritti universali deH’uomo e quindi fa ladichiarazione 
dei princìpi universali; come classe dal punto di vista 
economico si pone da un punto di vista universale, 
infatti il problema è quello di conquistare, costruire il 
mercato mondiale, il libero scambio, libertà, quindi 
eguaglianza e fraternità. Questi sono i princìpi. D'altra 
parte questa classe, che si pone come classe uni- 
versale, è anche e soprattutto una classe particolare 
che conquista e ha il potere e che determina livelli di 
potere sociale. Quindi è una classe particolare che 
diventa una classe universale. 

I princìpi della rivoluzione francese basati sull'egua- 
lianza in realtà corrispondono ai princìpi basati, da un 
punto di vista economico, sul libero scambio del rap- 
porto tra capitale nascente e forza-lavoro. E’ un princi- 
pio di equivalenza generale. E da un punto di vista 
formale è tutto verol II problema è, però, che questo 
discorso formale sull’ugualianza maschera quella che 
è la disugualianza reale. Allora il problema diventa 
come l'universale, l'universalità del mercato, l'uni- 
versalitàdel modo di produzioneche sta conquistando 
lo scenario della storia, si concilia con la particolarità 
e con le esigenze di potere e domin io di una determinata 
classe sociale. 

Questa dicotomia tra il particolare e l'universale si 
accompagna in tutta la storia dello sviluppo capitalistico 
e oggi si esprime nella maniera più macroscopica. 

II concetto di popolo non è un caso che nasca dentro 
a questa congettura, dentro a questa forma, perché in 
realtà il concetto di popolo dà la possibilità di coniugare 
in maniera immediata il particolare e l'universale. 
Popolo è una determinata popolazione che vive in un 
determinato territorio, che è legatadaesigenzesimilari 
dal punto di vista della cooperazione, che è legata da 
un'identità linguistica-culturale, da una determinata 
visione del mondo, su basi territoriali: e questo è un 
aspettofondamentale.il popolo, quindi, è unacategoria 
universale perché in realtà unifica vari soggetti differenti 
all'Interno di una comune identità. Il problema vero, 
però, è anche un altro: il popolo è una categoria uni- 
versale ma nello stesso tempo unacategoria particolare 
perché un popolo si definisce rispetto ad altri popoli, 
altrimenti non avrebbe senso, e quindi deve neces- 
sariamqnte fissare dei confini, deve costruire la propria 
identità affermandosi rispetto ad un’altra identità. Non 
è possibile in altro modo, altrimenti la nozione di 
popolo non ha nessuna ragione di sussistere. 

Dal punto di vista della borghesia capitalistica ascen- 
dente, è la chiave di volta per riuscire a far sì che un 
determinato sistema di potere salvi da una parte 
l’egualianzaformale e dall'altra conservi l’inegualianza 
sostanziale, perché nel popolo tutte le differenze sono 
unificate all’Interno di uno stesso gruppo, di uno 
stessa nazionalità, ecc. Questa questione fa sì che, 
peresemplo, quando un popolo si definisce, si definisce 
rispetto ad un nemico interno che è il nemico del 
popolo (al di là delle varie accezioni che questa que- 


stione ha acquistato nello sviluppo storico) o un nemi- 
co che viene dall'esterno. Quindi è ovvio che dentro 
questo processod'identiflcazione (la categoria popolo 
è una categoria astratta) si annullino in realtà le dif- 
ferenze e le disegualianze sociali che sono al suo 
interno. E’ chiaro che questo per definirsi ha bisogno 
di nemici interni ed esterni. Su questo problema credo 
che latesisviluppatada Wallestein nel libro sopracitato 
e in parte anche Balibar con alcune differenze, sia 
fondamentale: non è l’etnia o il "popolo”, come dati 
originari o naturali che costituiscono e fondano lo 
stato, è proprio il contrario. E’ lo stato, la costituzione 
di uno stato, il che significa i diritti di cittadinanza, le 
forme, la distribuzione del reddito, le attività produttive 
che sono all'interno di quel territorio, che fondano un 
popolo. E' un rovesciamento completo della 
concezione naturalistica del rapporto tra Stato e 
Popolo. Quindi, rispetto alla Jugoslavia, non è la base 
etnica che provoca la guerra. E’ la guerra, o meglio, 
la fondazione di nuovi piccoli stati che fonda le nuove 
popolazioni e le nuove basi etniche. 

Questo rovesciamento dell’Impostazione naturalistica 
del rapporto tra etnia, popolo, stato e nazione è molto 
importante, perché ci fa cogliere un dato: in realtà il 
razzismo, il nazionalismo, le costituzioni fondate su 
basi etnica scambiano continuamente il rapporto che 
esiste tra storia e natura, tra cultura e natura, tra i 
risultati di un processo storico e i presupposti di tale 
processostorico. Ipopoli dell’Europa sono statiformati 
non perché esisteva un carattere originarlo europeo, 
perché questa è una mistificazione colossale. Un 
grande storico, PIrenne, dice sostanzialmente che 
Carlo Magno è esistito perché esisteva Maometto, nel 
senso che la nozione di "essere europeo” si definisce 
in base ad un concetto di confine e di esternità, 
nemicità; perché, sicuramente, non esiste uncarattere 
europeo. Tra l’altro l'Europa è sempre stata, anche 
per lasua posizione geografica, un crogiuolo di razze, 
di intrecci, di storie. Perciò la questione di fondare lo 
stato e il popoloso un carattere etnico è una colossale 
mistificazione, questo noi lo sappiamo. E' anche vero, 
però, che da un punto di vista di una spiegazione 
pseudo-scientifica e di semplificazione può avere una 
sua enorme efficacia proprio in epoche (come questa 
ocome è stata la accumulazione originaria) in cui una 
massa enorme di soggetti viene sradicata dalle proprie 
abitudini, dalla propria cultura, dal proprio territorio. A 
questo proposito ricordiamo cos’è stata l’accumu- 
lazione originaria per le piccole comunità contadine: 
c’èstataquestaviolenzaselvaggiadelcapitale nascen- 
te che ha distrutto, disgregato comunità, modi di vita, 
sistemi di pensiero. Oggi questa questione si riproduce 
in parte, poiché la sussunzione reale è anche questo, 
è uno sradicamento completo. E’ l'universalità al 
massimo livello di espansione del mercato mondiale, 
è la comunicazione. Lo sradicamento provoca un 
bisogno di identità, questo è II problema. 


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ecn milano 


Il problema è che crolla il socialismo, crolla quindi un 
sistema, un immaginario, crolla un riferimento: d’altra 
parte II capitalismo, come noi sapevamo, perchè sono 
due figure speculari, non riesce oggi, e questo è ovvio, 
a dare una risposta ai bisogni. Anzi al contrario le 
contraddizioni sociali si sono accentuate: al posto di 
una pace universale, sognatada qualche imbecille nel 
'89 con il crollo del muro di Berlino, noi abbiamo una 
guerra universale, un disordine totale. Ordine/caos, 
ricchezza/miserla, queste sono le dicotomie strutturali. 
Dentro a questo il problema del razzismo, del nazio- 
nalismo, tutti i discorsi che si fondano sulla base etnica 
è quello di fornire una risposta semplice alla portata di 
tutti ad alcune questioni che sono però reali, fonda- 
mentali: il bisogno di costituirsi in comunità, il bisogno 
di avere un’identità. 

Penso che questo tipo di fenomeno sia importante da 
capire: se la questione di popolo si è intrecciata, non 
originariamente ma in seguito con il concetto di co- 
munità, èchiarocheilsensodicomunitàpurmistificato. 
Il senso di appartenenza ad un popolo, ad una popo- 
lazione, ad un legame a una terra, a una radice, ad 
un’origine, questo ha una portata fondamentale nella 
costruzione del nazionalismo, della nazionalità, del 
concetto di questa questione. Il problema è che noi, 
oggi, siamo alla presenza di uno scenario del tutto 
nuovo in cui ci sono effettivamente degli atti costitutivi 
nuovi, ci sono delleformecheoggitendonoacostituirsi 
in un qualcosa. Come sempre queste forme possono 
essere mistificate, possono tradursi in una mistica. Il 
concetto di popolo non è reale, perché se lo andiamo 
ad analizzare vediamo, in realtà, che dentro questa 
categoria di popolo ci sono delle differenze sessuali, 
razziali, di classe, ecc., anzi al contrario il concetto di 
popolo mistifica la differenza. E' vero anche che noi, 
0 i marxisti in senso generale, in realtà non ci siamo 
probabilmente mai misurati col carattere del bisogno 
di comunità, di identità che esiste all’Interno, guarda 
caso, della massima espansione dell'astratezza del 
capitale sul terreno della comunicazione mondiale. 
Noi su questo non ci siamo mai misurati. Certo, alcuni 
grandi rivoluzionari lo hanno fatto; Lenin, Mao, ecc., lo 
stesso Marx si sono sempre preoccupati non a caso 
alla questione nazionale ed hanno cercato d’inserirla 
per i loro tempi, le loro originalità/specificità all’interno 
di un discorso rivoluzionario. 

Quindi, oggi, ci troviamo di fronte a delle categorie 
assolutamente ambigue. 

Sul fatto che si ripresenti sullo scenario della storia la 
barbarie... la barbarie cos'è? Il concetto di barbarie è 
profondamente legato, io credo, alla dialettica 
dell'illuminismo, è iegato al fatto che questo ordine 
sociale chesiècostituitodurante la rivoluzionefrancese 
nei “secoio dei iumi”, che ha costruito II mito della 
razionalità e della ragione che distrugge il vecchio 
mondo, ia superstizione, ia barbarie, il medioevo; in 


reaità la questione deirilluminismo ha ricostruito un 
aitro mito, il mito della razionalità, ii mito delio sviluppo 
progressivo, del progresso, il mito del libero sviluppo 
delle forze produttive . Questi sono i miti del socialismo 
e del capitalismo. E’ chiaro che resta un problema 
irrisolto, cioè il fatto che la barbarie comunque non 
viene effettivamente superata ma che ritorna proprio 
perché si riproduce lo stesso schema specularmente, 
perché non è possobile combattere il mito riproducendo 
un altro mito. Lo combatti liberando dentro a forze di 
potere costituente realtà innovative, come è stato in 
alcuni episodi rivoluzionari della storia. Su questo tu 
ti liberi della tradizione e quindi ti liberi anche dei 
concetti di etnia, di popolo e di nazione. In questo tu 
ti liberi, ma se tu, come ha fatto il socialismo e su 
questo ha fallito, combatti il capitalismo riproducendone 
però la stessa immagine, combatti la disugualianza 
riproducendo un falso egualitarismo e cosi via, è 
chiaro che poi la negazione delsocialismo da parte dei 
soggetti che l'hanno vissuto diventa esattamente il 
contrario di quello che il socialismo nell’immaginario 
doveva rappresentare. Quindi se il socialismo 
rappresentava la negazione della disegualianza, 
negazione del socialismo significa anche negazione 
dell’egualita-rismo. Viene riaffermato l’opposto 
speculare nel circolo della falsa dialettica. Questo è il 
punto, ed è perquello che all'Est il negativo e il positivo 
si confondono conti-nuamente e reciprocamente come 
se fossero le facce di una stessa medaglia. La 
barbarie non è un qualcosa di antimoderno, è dentro 
la modernità ed è struttu-ralmente un prodotto della 
modernità. 

Questo è come dire un discorso culturale però fon- 
damentale, perché altrimenti da un punto di vista 
pratico noi cosa diciamo? Diciamo che questi sono 
fenomeni reazionari e li liquidiamo tout-court come 
fenomeni reazionari. E’questo pensiero che, se viene 
fossilizzato, è reazionario, perché non si dà ragione 
deifenomenistoriciematerialichestannosuccedendo, 
non si dà ragione dei processi di cambiamento, di 
innovazione, di trasformazione che sono prigionieri 
però della dialettica. La rottura di questa dialettica 
significa trovare oggi le forme di un nuovo potere 
costituente totalmente innovativo che però distrugga 
i paradigmi che imprigionano il nostro pensiero e le 
nostre teorie. 

Questi sono solo alcuni spunti che potrebbero essere 
arricchiti con migliaia di altre cose, ma credo che sia 
importante non solo una ricostruzione meramente 
storica 0 genetica dei concetti di popolo, nazione, 
etnia. SI tratta di afferrare il perché del paradosso 
incredibile che nella massima espressione della 
modernità rispuntano i particolarismi, i localismi, i 
nazionalismi, gli spiritidi corpo. Non è, questo, slegato 
dalle vicende economiche. Il problema è che se 
vediamo l’ossatura del mercato mondiale, questa è 


tprih 1993 


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ecn mìlano 


distribuita a corporazioni, a gerarchie. Questa 
questione ricalca questa ossatura; così come il 
liberismo, il liberalismo, la filosofia borghese per 
eccellenza del mercato non è antagonista o agli 
antipodi rispetto, invece, allasovradeterminazionedel 
mercato e alla costruzione di gerarchie di comando. 
Così anche nella Jugoslavia è chiaro che questi 
elementi di autodeterminazione ricalcano in qualche 
modo quella che è una divisione internazionale del 
lavoro che viene oggi imposta. Però non possiamo 
fermarci solo a questo aspetto, non possiamo ra- 
gionare solamente col discorso sul complotto inter- 
nazionale deH’imperialismo, perché se ragioniamo su 
tale complotto facciamo un discorso altrettanto rea- 
zionario di quelli che ragionano sul complotto giudaico- 
cristiano, o di quelli che dicono e parlano della storia 
come se fosse guidata da una mano invisibile. Ma chi 
è la mano invisibile? Oppure quelli che si richiamano 
alle necessità oggettive della storia... sono categorie 
metafisiche, categorie fissate: l'assolutizzazione e la 
fissazione delle categorie, le spiegazioni semplici o 
semplicistiche sono reazionarie. 

Qui, e perfortuna, stiamo approdando ad un pensiero 
che, secondo me, è autenticamente marxista, mate- 
rialista e rivoluzionario; è quello di entrare nel merito 
alle questioni e non assimilare le questione dentro 
all'ideologia o dentro a dei paradigmi precostituiti, o 
dentro ad un'assolutizzazione, perché l’assolutiz- 
zazione è proprio il classico tipico schema anche di chi 
fa del razzismo. E' ovvio che gli individui sono differenti 
tra loro, come è ovvio che esistano culture differenti, 
ma questo è naturale non solo per il colore della pelle 
ma come carattere, individualità, territorialità. E’ ovvio 
che esistano differenze, ma il problema è quando io le 
naturalizzo, le fisso dentro un sistema dell'essere che 
è un ordine gerarchico, cosi come facevano i botanici 
nel '700 che dividevano l'essere in tipologie, daH'uomo 
alle scimmie e mancava l'anello intermendio. Questo 
è il vero problema: le differenze esistono, ma perché 
queste differenze devono diventare motivo di ordine 
gererchico e non al contrario elemento di valorizzazione, 
di arricchimento, di una potenza sociale, di un essere 
nuovo che si costituisce e si fonda oggi. Questo è il 
punto di domanda che nessun razzista riuscirà mai a 
spiegare, che nessun tipo di logica etnica o di pulizia 
etnica riuscirà mai a spiegare. Perché tu combatti i 
Serbi? Perché combatti i Croati? Perché siamo contro 
Il terrone? Chi è che lo spiega? Il problema è proprio 
questo: da una parte demistificare e distruggere non 
solo le categorie culturali del potere borghese (come 
dicevamo una volta) ma anche alcune categorie cul- 
turali che noi abbiamo e non possiamo non avere 
perchésiamofiglidiquellastoria con laquale dobbiamo 
necessariamente rompere. 

Dall'altro i concetti di autodeterminazione, cosa sono 
oggi? E' anche questa una categoria ambigua. Può 


essere usata in due sensi: autodeterminazione come 
oppressione e come ritaglio di nuovi confini e nuove 
barriere all'interno, p.e., dell'Europa, o autodetermi- 
nazione come possibilità effettiva che dei popoli si 
costituiscono, che delle popolazioni all'Interno del ter- 
ritorio si costituiscono, fondino su questa base terri- 
toriale omogenea la loro libertà, che però significa 
libertà anche per altri, libertà di circolazione, che nelle 
loro carte costituenti ci siano le garanzie dei diritti. Che 
gli immigrati che provengono dal Kossovo possano 
circolare liberamente. Questo è un problema reale 
all’Interno del quale con questo linguaggio si possono 
determinare anche e sicuramente dinamiche di classe, 
dinamiche rivoluzionarie, dinamiche di antagonismo 
radicale, ma all'Interno di questo, non sovrapponendo 
le dinamiche di classe e dell’antagonismo a questi 
processi, perché altrimenti nessuno capirà nulla, né in 
Italia né in altre parti. Su questa base su quello che si 
è costituito, sul fatto che possano esistere libertà, 
garanzie, diritti, apertura, nuove carte costituenti, 
nuove carte dei diritti, su questa base è possibile che 
si rilanci anche una lotta di classe sociale sul problema 
della qualità della vita, del salario, deH'orario del la- 
voro, tutto ciò che abbiamo ereditato dalia nostra tra- 
dizione e con un salto in avanti perché si colloca a 
livello europeo. Il problema non è quello di una falsa 
contrapposizione tra universalismo e particolarismo 
che appartiene allo stesso sistema di pensiero. Il 
problema, qui, è partire dai dati materiali, concreti, 
particolari, locali per costruire però una nuova uni- 
versalità, perché altrimenti quello schema fisso di 
universalismo e particolarismo è uno schema dialettico 
in cui le due figure sono complementari. 

Perciò non vi è la distruzione dello stato nazionale, vi 
è la riproduzione di tanti piccoli stati-nazioni, come in 
Jugoslavia. Il problema delladisgregazionedellostato 
centrale nazionale esiste, il problema è che le forze 
politiche che dovrebbero rappresentare il rinnovamento 
sono altro che figli della stessa nomenclatura come in 
Jugoslavia. Sia il presidente della Croazia che quello 
della Serbia sono figli della Lega dei Comunisti, è la 
stessa nomenclatura. E’ lo stesso processo che suc- 
cede in Italia,, vedi il fenomeno della Lega, i rinnovatori 
sono ì figli dello stesso sistema che dovrebbero 
rinnovare. Com’è possibile? Non è possibile che un 
ceto politico precostituito si possa rinnovare, ma allora 
rinnovazione dove sta? Prendendo atto che comunque 
lo stato centrale si disgrega, prendendo atto che co- 
munque ci sono spinte di autonomia reale da parte 
deliagente che vive nei territori, dove sta l'innovazione? 
Dobbiamo entrare in merito a questa grande politica, 
non possiamo rimanere rinchiusi in uno schema 
proletariato-capitale, operai-capitale o proletariato 
mondiale e borghesia imperialista, perché da questo 
schema non ne verremo mai fuori. 

SECONDO COMPAGNO 


6 


Speciale YUGOSLAVIA / P£RU' 



ecn milano 


SullaquestionedellaJugoslaviaJecose che venivano 
dette all'inizio mi sembrano quelle che più colgono 
l'aspetto di empasse che avviene in una situazione del 
genere. Lo schiacciamento avviene su due grandi 
mistificazioni: guerra o pace. Guerra nel momento in 
cui II problema è quello di scegliere tra l'Onu o che la 
dinamica abbia un suo decorso normaie ail'interno 
deiia situazione deii'ex-Jugosiavia. Pace nel momento 
In cui il problema è quello della cessazione dei com- 
battimenti, della barbarie, contrapposta al fatto che 
questo tipo di cessazione è in realtà una pacificazione, 
che non rappresenta di sicuro uno sviluppo libero e 
autodeterminato delle dinamiche scelte dalle 
popolazioni. Certo sappiamo perfettamente, nel caso 
della Slovenia in cui si è avuta unadinamica differente, 
che esiste anche un interesse particolare legato proprio 
al grande capitale del centro-Europa. La Germania è 
uno degli attori principali rispetto all'inizio di quello che 
ora abbiamo di fronte. Credo però che l'aspetto che si 
voleva sottolineare prima è che questo tipo di 
dinamiche, chestanno avvenendo nell'ex-Jugoslavia, 
sotto altre forme stanno avvenendo anche in altri 
quadranti del mondo. Per esempio, quello che succede 
in Somalia non è una cosa che ci permetta anche lì di 
stabilire in maniera superficiale da che parte stare. Nel 
senso che anche lì la dinamica è complessa e non 
basta dire che comunque gli americani sono andati ad 
imporre con i francesi, italiani, ecc., una nuova colo- 
nizzazione "moderna”, o comunque una spartizione, 
un nuovo tipo di riequilibrio all'Interno di un nuovo 
ordine mondiale di una zona particolare del mondo. Al 
di là di questo, io credo che la grossa difficoltà sia 
sviluppare un movimento o comunque una capacità 
nostra di incidere sul problema della guerra che, con 
vecchi paradigmi o vecchie e roboanti parole poteva 
venire Intesa come "imperialista", sviluppando una 
capacità d'intervento con dinamiche che portino allo 
stesso tempo una capacità di dire e praticare la 
liberazione anchedalla barbarle dellaguerra, portando 
però elementi concreti di liberazione anche dall'i- 
deologia dei due blocchi, dalla dialettica bene-male. 
Quando prima si parlava del concetto di popolo o del 
bisogno d'identità ci si poneva il problema del come 
mai, all'interno di percorsi identitari di massa, il 
problema, nel momento in cui uno lotta per l'autode- 
terminazione e ci riesce, è schiacciare chi vuole auto- 
determinarsi. E' un rapporto tra le differenze, all'interno 
di questo concetto di popolo inteso come un tutt'uno 
di soggetti differenti, che presenta dei vistosi limiti nel 
momento in cui il percorso della liberazione si ferma, 
si costituisce e nel momento in cui si costituisce perde 
anche la capacità della liberazione da alcuni schemi 
che sono quelli dello schiacciare, del gerarchizzare, 
del riprodurre (in termini di specularità negativa) quello 
contro cui ci si è battuti. 

Dentro al produrre questo tipo di percorso, anche 


airinternodelladinamicadell'ex-Jugoslavia,sidevono 
oltrepassare i classici concetti che abbiamo visto fino 
ad oggi. Da un iato il discorso contro la guerra impe- 
rialista, perché sappiamo perfettamente che non è 
così immediata e che la guerra imperialista è unacosa 
che dice tutto e niente, tutto e il contrarlo di tutto. Sap- 
piamo che, per le cose che abbiamo di fronte, il proble- 
ma non è così semplice, la questione non è così re- 
stringibile.DaH'altrosuperareilconcettocheNOALLA 
GL)ERRA=PACE, cioè l'ONU oppure l'interposizione 
pacificadellagentechesi mette in mezzo ai kalasnikov, 
tipo i pacifisti (Don Albino Bizzotto e company), perché 
nemmeno questo spiega il problema né porta 
innovazioni dal punto di vista di un progetto di 
liberazione, di un'idealità nuova di ricostruzione di 
percorsi che sappiano coniugare il problema della 
moltitudo con il problema della liberazione, il problema 
dell'autodeterminazione con il problema delle 
differenze, ecc., cioè portino il comuniSmo dal nostro 
punto di vista e non discorsi mistificatori sulla 
pacificazione mondiale, sulla pace sociale, ecc. Per 
cui da questo punto di vista si tratta di costruire un 
percorso reale che rompa questa dinamica di empasse, 
che ci permetta di prefigurare un percorso, non importa 
se questo percorso poi andrà a termine. Un percorso, 
che faccia il discorso di una possibilità delle entità 
soggettive di popolazione di percorrere strade per 
l’autodeterminazione reale contro il concetto di confine 
e di barriera e di stato che ci ha regalato la prima e ci 
regalerà la seconda repubblica 0 l’Europa di Maastrict 
0 qualsiasi dinamica imposta da una spartizione e 
definizione capitalistica del nuovo. Credo che tutto 
questo sia possibile se riusciamo a concepire un per- 
corso che parta da noi e che debba arrivare a produrre 
delle iniziative direttamente in quel territorio. Va 
utilizzato non solo il fatto che abbiamo qui vicino anche 
questo tipo di realtà non solo per riuscire a dire 
qualcosadi più sul problemadllaguerra, delle barbarie, 
degli stupri etnici, delle pulizie etniche, dei nuovi 
fascismi, ecc., ma anche per riuscire a costruire, 
questa potrebbe essere un’idea, un percorso che 
vada finalmente a rompere, anche dal nostro punto di 
vista, i classici confini del territorio entro cui ci 
muoviamo, anche nella mentalità dei compagni, 
neH'immaginario. La proposta potrebbe essere quella 
di costruire a Lubiana un momento di iniziativa, di 
dibattito e discussione, coinvolgendo anche tutte le 
esperienze che su questo hanno qualcosa da dire 
anche di tipo nazionalista, molti dei quali sono stati al 
meeting di Venezia proprio per confrontarsi su questa 
nuovadinamicadi ragionamento. E' importante, penso 
anche attivare un gruppo, una commissione di lavoro 
con l'obiettivo di creare un percorso che abbia come 
punti questi che toccavamo e che toccheremo in altri 
interventi, che costruisca la possibilità di prefigurare 
già questo tipo di iniziative. Per esempio, credo sia 


Aprile 1993 


7 



ecn mìlano 


fondamentale partire da un fatto: credo che Trieste 
sia collocata strategicamente, non solo perlasuacol- 
locazionegeografica ma anche dal punto di vista delle 
contraddizioni che vive come città. Una città che vive 
alcune contraddizioni particoiari come "città di 
frontiera”, non solo come città ai confini con la guerra. 
Si potrebbe sviluppare a Trieste un preconvegno o 
comunque un momento importante di dibattito su 
questi temi in vistadi un percorso più ampio, collocando 
questo tipo di cosa all'interno di un'iniziativa più varia 
sul problema della guerra deH'ex-Jugoslavia, per cui 
sulla presenza, p.e., di basi strategiche americane, 
NATOecc., all'Interno di questo territorio. Percui cre- 
do che questa sia una cosa che potrebbe costruire 
una possibilità per entrare nel merito di alcune 
questioni: autodeterminazione dei popoli intesacome 
problema della liberazione effettiva, cioè quindi anche 
Il problema del rapporto tra entità autodeterminate, 
rapporto tra potere costituente e potere costituito, 
quali sono I diritti oggi dentro lo spazio europeo che si 
apre e che viene definito prima dalla produzione e poi 
anche in termini formali da una costituzione che è 
imposta, il meticciato. Un percorso che sia intervento 
diretto sul problema della guerra, come intervento 
diretto, andando anche a scavalcare quelli che sono 
i facili slogan, perché poi si riducono a questo, e che 
oggi hanno prodotto II fatto che non sono più applicabili 
a questo tipo di situazione. Dire che la guerra è tutta 
colpa deirimperialismo, che è tutta colpa del nemico 
interno (qualunque esso sia) è una cosa che non 
regge più, nel sensochecredosia abbastanza evidente 
che non è per cattiva volontà che si è riusciti a 
produrre niente anche rispetto alle ultime vicende, 
che sono di una devastazione unica. La pro-posta di 
un preconvegno a Trieste la vedo anche im-prontata 
sulfattoche riusciamo, con I compagni, adeterminare 
un gruppo che si muova, che lavori, che pensi, che 
produca già questo come dato certo e im-portante, 
ossia dove trovarsi, dove discutere, dove produrre 
questo tipo di dibattito cercando di allargarlo il più 
possibile anche alle realtà che esistono. Per esempio 
in Slovenia esistono sicuramente dei gruppi che sono 
Interessati a questo tipo di discorso, sono molto più di 
matrice anarchica, però è tutta una ricerca che 
dobbiamo fare. Sappiamo che ci sono iniziative 
sporadiche, forme anche di costituzione di gruppi che 
lavorano sulle possibilità del federalismo, sulla pos- 
sibilità deH'autodetermlnazione senza la guerra e 
senza la barbarie, un'altra autodeterminazione non 
quella del concetto di popolo, etnia e razza ma quella 
del concetto di rapporto con le differenze in termini di 
liberazione. 

Credo che solo Intraprendere questa strada ci aiuti a 
dire e a fare delle cose che sostanzialmente sono 
quelle che pensiamo e che sono realmente contro la 
guerra, cioè che non sono solo un problema di auto- 


rappresentazione per llf atto che non siamo d'accordo 
che ci siano le barbarie o che i caccia di vario tipo 
volino sulla testa della gente una volta per sganciare 
aiuti alimentari e un'altra per mollare le bombe. 


COMPAGNO DI TRIESTE 

Penso ci vogliano dei momenti di riflessione su ciò 
che è stato detto. Forse a Trieste lo sentiamo un po' 
di più, c’è uno stato d'animo anche molto generalizzato 
di disagio tra I compagni, il movimento antagonista, 
0 comunque la sinistra in senso iato, di fronte a certi 
conflitti come nell’ex-Jugoslavia. Le analisi che si 
facevamo solo un anno, due anni fa all'inizio del con- 
flitto, quando ci sono state le prime dichiarazioni d'in- 
dipendenza, le analisi sugli interessi, in questo caso 
di potenze europee (Germania, Italia, Francia, l’impe- 
rialismo,ecc.), rispetto alla spartizione dei Balcani, le 
sfere d'interesse ecc., o anche il discorso sui 
nazionalismi fomentati dalle stesse classi dirigenti 
per riciclare se stesse (si diceva prima che g ran parte 
dei nuovi dirigenti delle repubbliche ex-jugoslave 
sono riciclati dalla ex-Lega dei comunisti in forma 
demo-cratico-liberale, il partito eletto ecc.), queste 
analisi erano e rimagono giuste rispetto il tipo 
d'interessi dell'Imperialismo in quell'area. Tuttavia 
penso che ci abbiano lasciato, nel corso del tempo, 
un senso di disagio perché comunque non consentono 
di spiegare tutto il conflitto, non consentono di capire 
odi darsi degli strumenti d’intervento chiari o rispetto 
alle dinamiche che hanno portato questi interi popoli 
acombattersi, aschierarsi inquestitipidi nazionalismi. 
Penso che questo tipo di disagio abbia portato anche 
ad appiattire o, addirittura, a non costruire alcun tipo 
di iniziativa rispetto alla guerra deH’ex-Jugoslavia. 
Questo non ritenendo come valide delle iniziative, 
tipo quelladella "carovana della pace”, che esprimono 
forse anche un altro momento di tensione ideale, di 
volontà di bloccare il conflitto ma non spiegano 
assolutamente nulla. Percui questo interrogativo si è 
posto nella testa dei compagni: perché questi popoli 
sono in guerra e cosa significa il concetto di auto- 
determinazione. Questo concetto che abbiamo usato 
pertanto tempo ed è sempre stato usato e che ad un 
certo punto lo ritroviamo proprio in un momento in cui 
all’Interno dello stesso movimento antagonista si 
comincia a mettere in dubbio questo concetto stesso, 
cosa potesse significare, dopo l’esempio di tutte le 
sconfitte dei tentativi di autodeterminazione politica 
ma soprattutto economica dei paesi africani, 
centroamericani (Nicaragua). In un momento in cui si 
cominciava a riflettere che il concetto di autodeter- 
minazione neH'economia-mondo, nella mondializ- 
zazione dell'economia non trovava più spazio, non 


8 


Spedale YUGOSUm / PiRU' 



ecn milano 


trovava più senso o comunque si valutava che non 
poteva più essere un elemento fondante in una lotta 
di liberazione, adesso questo stesso concetto lo ri- 
troviamo sulla bocca, nelletesi, nelle analisidisituazioni 
come quelle dei gruppi dirigenti sloveno, croato e 
serbo che di questo termine ne fanno uso dal contenuto 
profondamente diverso e contrario da quello che noi 
abbiamo sempre dato. 

Il senso di disagio rispetto a quello che sta succedendo 
nell’ex-Juogoslavia è tale che si potrebbe finire per 
riconoscere, cosa che io penso sia impossibile, che il 
caso specifico della Jugoslavia ( cosa che non spie- 
gherebbe altri conflitti nazionalistici ed interetnici in 
altre parti del mondo 0 nella stessa ex- U n ion e Sovietica) 
abbia costituito, per assurdo nel corso di tutto un 
secolo un’anomalia, un luogo (i Balcani) dove gli stati- 
nazione non erano mai riusciti a realizzarsi (nenche 
quando ormai da più di un secolo gli stati-nazione nel 
resto d’Europa si erano ormai già costituiti) e che 
questa rimane una regione, per tutta una serie di 
motivi storici a sè stante che attraverso tutta una serie 
di vicissitudini storiche non riesce a darsi questaforma 
di stati-nazione e che vi arriva con un secolo di ritardo. 
Ma penso che sia ben poco pensabile questo tipo di 
prospettiva. In Slovenia che in parte ricalca questo 
tipo di percorso, quello di uno stato che si costituisce 
effettivamente su un territorio abitato prevalentemente 
da un’unica nazionalità, c’è stata un’adesione popolare 
di massa a questo processo d’indipendenza. Noi 
abbiamo anche un minimo verificato, nei nostri tentativi 
di approccio con situazioni della Slovenia, quanto oggi 
ci sia effettivamente un appoggio ancheda chicontinua 
poi a vedere il conflitto di classe all’interno della 
Slovenia stessa, anche di chi oggi fa un discorso di 
difesa di interessi di classe, di antagonismo, di difesa 
dello stato sociale, del salario, che però ha riconosciuto 
la validità della separazione e della costituzionedi uno 
stato nazionale da parte della Slovenia. Di fronte a 
questi avvenimenti, di fronte a quella che è sempre 
stata l’analisi sull’autodeterminazione e successi- 
vamente su quello che è oggi l’economia-mondo (che 
integra al proprio interno delle aree, che non neces- 
sariamente corrispondono agli stati-nazione, delle 
aree economicamente omogenee in qualche maniera 
integrabili, anche se con livelli diversi all’Interno 
dell’economia-mondo) penso che quello che sta 
succedendo nella Jugoslavia vada comunque 
ricondotta all’Interno di questi termini, di queste ca- 
tegorie. Quello che è specificatamente Jugoslavia, 
quello che si è andato sviluppando... è innanzittutto 
una sconfitta, chiaramente non definitiva, ma di fatto 
una sconfitta soprattutto di classe, cioè di una pro- 
spettiva aH’interno di quella che era la confederazione 
jugoslava, di un processo che facesse dei passi avanti 
da un punto di vista di classe, rispetto a quello che era 
Il discorso dell’autogestione, rispetto a quella che era 


quel tipo particolare di conformazione di modello di 
socialismo che era riuscito ad edificarsi all’interno degli 
equilibri mondiali che erano usciti dalla seconda guerra 
mondiale, dalla esistenza dei blocchi, all’interno di 
tutte queste dinamiche. 

Il fatto che neH’ex-Jugoslavla, di fatto, in tutto questo 
periodo non si sia andati affatto ad una negazione 
dell’identità nazionale dei vari popoli, nel senso di 
mantenimento della lingua, di altre strutture etradizioni. 
Ma quello a cui si è andati è una sconfitta di una 
prospettiva di classe, che ad un certo punto ha portato 
l’identificazionedei proletari, degli stratlsocialisubalterni 
di ogni repubblica con ie proprie classi dirigenti e con 
gli interessi definiti nazionali. Quello che io vedo è 
all’Interno della rottura di certi equilibri. Quello che lo 
vedo è una fine del ruolo della Jugoslavia aH’interno di 
questi equilibri, una integrazione delle varie aree geo- 
economiche della Jugoslavia in questo nuovo ordine e 
nell’economia-mondo e, specifica-tamente all’interno 
dell’Europa e un interesse par-ticolare di ogni singolo 
gruppo dirigente, di ogni singola borghesia, non 
necessariamente riciclata dalla vecchia nomenclatura 
comunista ma anche andatacosti-tuendosi con l’andar 
degli anni attraverso anche le forme economiche 
nuove (privatizzazioni, joint-venturs con paesi 
stranieri,ecc.). Tutto questo contempora-nemente a 
una incapacità, che possiamo andare ad analizzare e 
capire quanto sia derivata da quella che è stata 
l’esperienzacosiddettadell’autogestione.cheperòha 
portato, di fatto, la classe operaia jugoslava, in molti 
casi, ad identificarsi con le aziende, con I vertici 
aziendali, con le economie e quindi poi con le diverse 
direzioni delle varie repubbliche della Jugoslavia. E 
quindi come si sia perso al proprio interno qualsiasi 
connotato di solidarietà e di classe, tra la classe 
operaia e tra i proletari jugoslavi. Penso che questo sia 
l’elemento principale che consente oggi il conflitto, 
cioè non tanto questo aspetto del bisogno di darsi 
identità, non tanto l’aver vista negata la propria identità 
di popolo e di etnia e neanche, oggi, la riconquista di 
questa identità. 

10 penso che l’aspetto costante dell’analisi da un punto 
di vista marxista, sia quello di ritenere che il capitalismo, 
nel suo espandersi come sistema mondiale, abbia 
portato come contraltare una proletarizzazione, di fat- 
to diffusissima, disettori sociali che li abbia subordinati 
alle proprie esigenze di valorizzazione, lo credo che 
questo sia una cosa reale e che soprattutto all’Interno 
dell’Europa e quindi della Jugoslavia ha portato di fatto 
ad una omologazione anche di comportamenti, di 
universalità dei bisogni all'interno della stessa 
Jugoslavia. 

11 fatto che oggi questa esigenza, questa volontà di 
collocarsi all’Interno dell’economia-mondo, in 
particolare all’interno dell’Europa, a livelli diversi, con 
privilegi diversi in base allapropriastruttura economica. 


Aprile 1993 


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ecn tnìiano 


proprio a livelli economici diversi da parte di ogni sin- 
gola repubblica, di ogni singola area della Jugoslavia, 
ha portato poi ad utilizzare questo strumento del 
nazionalismo per compattare tutti I settori sociali at- 
torno a questo progetto. E quindi purtroppo, c'è aH'ln- 
terno di questa sconfitta di una prospettiva diversa, di 
un passaggio diverso di classe, c'è questa adesione, 
purtroppo, popolare al conflitto stesso. 

Da questo punto di vista ricercare l'esistenza o meno 
diunadiversità, unaricercad'identità, riconducendola 
all'internodella Jugoslavia... questa ricercad'ldentità 
dove sta, da dove proviene? Noi abbiamo una serie 
di fenomeni aH'interno della Jugoslavia che ci 
dimostrano, in un certo senso, che l'elemento sempre 
trainante e principale è quello del tentativo di collocarsi 
in modo diverso, a livelli diversi con privilegi diversi 
all'interno di un contesto mondiale. Per essere più 
esplicito si può vedere come il nazionalismo nella 
Jugoslaviasla ini-ziato a partire dagli anni '70, quando 
sorsero i primi contrasti tra le repubbliche di Croazia 
e di Slovenia e il governo federale su questioni che 
erano, come sempre, economiche. La Slovenia 
decideva di indiriz-zare una parte del proprio reddito 
su infrastrutturevia-rie, portuario comunque funzionali 
a quel tipo di pene-trazione economica, di rapporti 
economici In particolare con al Germania e l'Austria, 
con alcune potenze europee. La Croazia che 
praticamente si rifiutava di versare nelle casse federali 
gran parte del reddito che le proveniva dalla attività 
turistica, che è stata sempre una delle principali 
entrate di valuta nella Jugoslavia. Insamma, noi oggi 
vediamo che questo si riproduce costantemente in 
questa situazione di guerra, dentro questa 
dichiarazione d'indipendenza di Croazia e Slovenia. 
Se noi andiamo ad analizzare il voto in Croazia di tre 
settimane fa vediamo che sono le zone costiere 
quelle che più hanno negato il consenso al partito 
T udjman e alle politiche nazionalistiche, che dal nostro 
punto di vista può anche essere interessante. Il 
processo che sta succedendo in Istria di rifiuto del 
nazionalismo, di rifiuto della guerra, e che si sta dif- 
fondendo su tutta la costa della Dalmazia e della 
Croazia è altrettanto interessante. Però, secondo 
me, ha dietro di sè presupposti che vent'annifa aveva 
il nazionalismo croato. Oggi di fronte al fatto evidente 
che la possibilità di reddito, soprattutto con la pene- 
trazione di capitale nel settore turistico (costruzione di 
porti, alberghi, ecc.), nel settore costiero può costituire 
per le regioni costiere della Croazia una maggiore 
entrata di reddito, questo porta queste stesse zone a 
chiedere una differenziazione, un'autonomia rispetto 
al governo centrale, andando anche lì a ripescare un 
argomento legato al popolo, all'etnia e alla propria 
identità nazionale, andando adire “Sii Airinternodella 
Croazia ci sono I croati, però lì l'Istria, la Dalmazia c'è 
una storia diversa (c'è stata la dominazione veneta. 


italiana), qui siamo una cosa diversa quindi vogliamo 
restare diversil''. E questo di fatto serve nella pratica 
achiedere un'autonomiache è poi un'autonomia che 
permette di gestire l'economia in modo diverso. C'è 
questo elemento di ricerca continua della 
differenziazione, epoidelladifferenza nella differenza 
che serve sempre, comunque, a giustificare e a 
reggere un discorso di autonomia economica, di 
privilegio economico rispetto a popoli vicini... 


TERZO COMPAGNO 

Scusa, vorrei solo fare un appunto: credo che questa 
cosa viene sempre filtrata da un meccanismo di 
formazione sociale che è la formazione dello stato 
centralizzato. Basta pensare che anche in Italia 
esiste una problematica legata alle tasse, ossia 
esiste una componente che non vuole pagarle perchè 
queste finiscono a Roma, con tutto quel che segue, 
tan-genti,ecc. E questo è successo anche in 
Jugoslavia; la formazione dello stato Jugoslavo, la 
federazione non è così lineare, percui ci sono i croati 
e i serbi. In realtà questi si rifiutavano perché c'è una 
formazione di un meccanismo che ricorda quello di 
Roma. Nello stato solidale tra la Slovenia ed il Kossovo 
c’era una differenza come c'è tra noi e i tunisini. Allora 
il problema è che è inutile continuare a mistificare 
cose che in realtà sono superate e che in realtà non 
hanno nean-che presupposto di risposta a questa 
dinamica. Il Kossovo, ripeto, era miserabile prima e 
lo è anche adesso; la dinamica Nord-Sud si 
rappresentava, anche in forme diverse, all'Interno di 
quel tipo di formazione sociale. E la risposta non è 
quella di ristabilire questo. Il nocciolo forse sta qui! 
Cioè assumere o no il per-corso in termini ambigui, 
non in termini assoluti "T utto merda!” e “T utto bene I”. 
Un percorso ambiguo dentro a tutta una serie di 
discorsi, difinedi unaformazione sociale, l’economia- 
mondo, il bipolarismo etc... 

Allora il problema è il linguaggio che noi andiamo a 
rappresentare rispetto alla Slovenia. Andiamo adirgli 
“Avete sbagliato!" oppure partiamo daquesto presup- 
posto, ossia la nostra comunicazione e il terreno di 
discorso è "Da adesso in avanti che tipo di discorso 
si esprime all’interno?”. Ma non rinfacciando "Perché 
non date al Kossovo?”. Questa è una dimensione de- 
magogica, che non sposta niente e non ha mai spo- 
stato niente. Il problemaè la possibilità di unacomunità 
solidale, che dentro la comunità si esprimno forze di 
liberazione ma dentro meccanismi processuali che 
possono liberare o meno delle dinamiche nuove 
partendo però dal nuovo. Allora si apre una battaglia 
anche in Slovenia, non sul fatto che “fate male a non 
dare al Kossovo”. Si può riaprire unadinamica se par- 


10 


SftM» rueosuviA/PCRU' 



ecn milano 


liamo un linguaggio dicendo che l’autodeterminazione 
slovena è un dato di partenza su cui ci confrontiamo, 
non è che continuiamo a ripetere che la questione non 
va affrontata, ma che da adesso in avanti riapriamo 
una possibiiità di comunicazione suila forma costitu- 
zionale che ha la Slovenia, una dinamica che si stava 
determinando ed è chiusa perché c’è la guerra. Allora 
ii problema è che il concetto del "No alla guerra!” si 
esprime se si può liberare una dinamica di formazione 
sociale e costituente che in realtà abbia l'elemento del 
“No allaguerra!" nel proprio interno, come meccanismo 
di formazione, sapendo che contemporaneamente 
questa cosa non impedisce la guerra stessa in termini 
dall’oggi al domani, ma apre una controtendenza sul 
lungo periodo, purtroppo, che però che è già una ri- 
sposta sul breve perché entra nel merito sulla risposta 
di carattere strategico ad un meccanismo di conflittualità 
che è reale. Quando vogliamo affrontare il discorso di 
andare a Lubiana, è una provocazione. Noi vogliamo 
andare a Lubiana, vogliamo andare in Istria ma con 
che linguaggio, con che discorso? Secondo me non 
possiamo andare con il linguaggio della federazione 
jugoslava. Noi dobbiamo andare con un linguaggio di 
dinamiche in cui la nazionalità slovena è un dato di 
fatto. Non c’è più la possibilità di un linguaggio da 
federazione jugoslava. Questo oggi non c’è più. E il 
fatto che non c’è più non ha determinato una sconfitta 
del meccan ismo di solidarietà di classe, ha riaperto sul 
livello di conflittualità, di guerra molto alta dinamiche 
che erano già presenti, dinamiche irrisolte che sono 
esplose. Allora questa è l’ipotesi o si continua ad an- 
dare a Miramare o davanti ad Aviano dicendo che il 
problema sono solo gli americani e in realtà facciamo 
il blocco delle basi, cosa sacrosanta, che però a cosa 
si lega? O è solo questo, percui c’è la dinamica nazio- 
nalista che è reazionaria, c’è la dinamica imperialista 
che la imposta, c’è una risposta antimperialista che si 
confronta su questo terreno. Se uno ci riflette un atti- 
mo, secondo me, è perlomeno insufficiente. Il problema 
è come si determina un meccanismo che va oltre a 
questoschemapurattraversandolo. Attraversare que- 
sto limite dandogli una prospettiva. Credo che il pro- 
blema è dire che il nostro confine non c’è. T rieste non 
è l’Italia. Ma anche noi riapriamo la nostra dinamica di 
tipo territoriale. Noi dobbiamo andare oltre i confini, 
perciò noi non siamo italiani e loro sono sloveni, noi 
rideterminiamo una comunicazione tra comunità che 
si chiamano italiana o veneta o slovena ma per riaprire 
un meccanismo in avanti. 

Il dato Importante è riaffermare questo meccanismodi 
rottura del confine anche al nostro interno; non fer- 
miamo solo a Trieste il nostro Intervento, perché i 
territori nella Slovenia sono uguali al Friuli Venezia 
Giulia, e poi se è vero che il meccanismo economico 
di integrazione funziona, ci sono fabbriche anche là, 
terziario più o meno In forma avanzata anche là, mec- 


canismi anche di linguaggio, lo credo che i giovani di 
Lubiana siano uguali ai giovani italiani, lo conosco 
Lubiana da anni e in realtà è una città libertaria, molto 
più di Padova dal punto di vista della voglia di tra- 
sformazione, in forme diverse legate anche al 1990, 
ma non è vero che è unacittà chiusa percui antisolldale 
perché in realtà viene determinato questo tipo di 
percorso perché poi non andiamo a verificare i soggetti 
che vivono questo tipo di realtà. 

Allora secondo me II discorso è rompere i confini e 
tentare di determinare una iniziativa là, come dinamica 
europea, cioè far sentire la possibilità che II meeting di 
Venezia, che aveva riproposto il concetto dall’Europa 
dei padroni all’Europa dei movimenti, l’Europa dei 
movimenti che si è formata al meeting di Venezia, che 
avevacomediscriminante "No all’Europa dei padroni!” 
e quindi aveva già una discriminante sul contro, si 
aproccia ad una problematica di quel tipo cercando di 
andare là e di aprire una comunicazione o, se c’è la 
possibilità, di aprire una dinamica non solo a Lubiana, 
vista come punto di riferimento di altri gruppi che se 
riusciamo a fare qualcosa, (un campeggio a Lubiana 
0 alcuni convegni in sale cinematografiche e in bilingue) 
possono sapere che c’è una cosa del genere e riaprire 
una possibilità di comunicazione. Questa può dare 
ancheanoilapossibilitàdicreareunacontrotendenza 
credibile anche se difficoltosa e lunga. Questa cosa 
possa poi aprire un dibattito con gli istriani egli sloveni 
che si basa non sul dire "voi non avete sbagliato ad 
autodeterminarvi", ma dentro a questo percorso, che 
è un dato che noi riconosciamo come legittimo. E’ 
questo il problema, è legittimo o no? Qual’è il punto di 
vista che va bene l’autodeterminazione peri palestinesi 
e non per gli sloveni? Secondo me deve essere legit- 
timo come percorso; dentro a questa legittimità però 
sta la battaglia che va riaperta anche tra noi e questi 
soggetti, cioè che tipo di forma, di autonomia si 
determina? E’ un’autonomia che si lega solo al na- 
zionalismo, alla razza, all’etnia che esclude gli altri o 
si riaprono meccanismi e rapporti nuovi? E partendo 
da questo riapriamo una battaglia sul nuovo, su che 
tipo di diritti, che tipo di autonomia, che chiaramente 
è lì che si scontra la destra e la sinistra. Il resto, 
secondo me, è dinamica arcaica e conservatrice, che 
non produce niente dal punto di vista della possibilità 
delle prospettive di determinare un percorso all’Interno 
delle contraddizioni di classe, ma all’interno delle 
contraddizioni di classe vere che si sono date e in cui 
l’elemento destra-sinistra si possa riaprire nel nuovo. 


QUARTO COMPAGNO 

Le cose che si dicono stasera sono molto interessanti, 
e anche l'intervento che faceva il compagno di T rieste 


Aprilt 1993 


11 



ecn milano 


nel richiamo a vicende passate c’erano alcuni spunti 
che si potrebbero riprendere. 

Nella parte storica si diceva che è lo stato-nazioneche 
crea i popoli, una cosa con cui concordo, e vorrei inol- 
tre aggiungere anche una nozione giurìdica, che po- 
trebbe essere utile: gli stati sono formati da popolo, 
territorio e presenza di un'ente-organizzazione, pre- 
senza fisica e politica. E’ da notare in relazione la fon- 
dazione degli stati nazionali e quindi dei popoli, intanto 
con la rivoluzione francese, e quindi con un concetto 
di inimicità cioè il popolo si definisce come popolo in 
fase rivoluzionaria contro l’assoluta inter-nazionalità, 
da questo punto di vista molto più moderno e liberale 
che vigeva nello stato feudale dove si sposavano tra 
russi e francesi e Inglesi senza avere alcun tipo di 
opposizione. Da questo punto di vista nel periodo feu- 
dale erano una classe di ceto dominante internazio- 
nalista più di quanto non lo sia poi il nazionalismo 
prima dei francesi e poi quello tedesco, perché il mi- 
glioramento e il crescere, l’imporsi della borghesia 
come classe mondiale porta anche al nascere di que- 
ste forme di nazionalismo. Ora, questo ci può permette 
senza impazzimento, di ripartire affrondando da un 
punto di vista di sano economicismo (non inteso con 
tono provocatorio, ma come mutamento delle basi 
produttive internazionali correttamente sull’economia- 
mondo) alcune caratteristiche di cui abbiamo già di- 
scusso stasera. Per prima cosa si tratta di affrontare 
la caratterisistica dell’essere in un sistema integrato a 
livello mondiale ma dell’essere questo sistema mon- 
diale molto diverso dalle caratteristiche di un’economia- 
mondo di una fase precedente anche solo di 15-20 
anni fa. L’attuale economia-mondo ha come caratte- 
ristica quella di collocarsi in rete con una forti strati di 
orizzontalità che poi chiaramente non implicano che 
non sia molto accresciuto in questi ultimi il potere delle 
multinazionali ma con tratti diversi da quella che era lo 
schema di integrazione verticale di quella precedente. 
Allora II collocarsi in rete della struttura produttiva in- 
ternazionale è il dato distintivo che c’è una estrema 
orizzontalità da una parte e simultaneità dei processi 
produttivi e comunicativi che porta di positivo in varie 
direzioni. Quando si parlava di localismo e mondia- 
lizzazione credo si possa tradurre in termini di questo 
genere: il localismo e la mondializzazione insieme non 
sono unacontraddizione ma sono socialmente, produt- 
tivamente, comunicativamentefondati nell’economia- 
mondo e sono il tratto distintivo di questa economia- 
mondo rispetto a ogni forma di economia-mondo che 
l’aveva preceduta. Losono, perché altrimentici sarebbe 
un ritorno alla fase prenazionale in cui c’era il localismo 
del villaggio medievale e poi l’idea-forza mondializzata 
della chiesa cattolica o della regione, dell’impero. 
Certo si può dire che quando ci sono 4 o 5 stati forti 
questi impediscono la globalizzazione delle ideologie 
e nello stesso tempo coartano II localismo, mentre 


invece il venir meno dì questi centri da una parte ri- 
lancia la necessità di ideologie e teorie generali e dal- 
l’altra rilancia il localismo, ecc. E c’è anche una base 
di verità in questo, ma è quantomeno esaltata e di- 
venta reale perché c’è un’economia-mondo che co- 
manda così, che comanda appunto su un carattere 
molto forte di domìnio ma che però presenta estremi 
caratteri, tramite la tecnologia ecc., di orizzontalità e 
simultaneità nella sua base. Il controllo del dominio è 
fatto soprattutto nella possibilità di spostare istanta- 
neamente non solo denaro, non solo armi e gruppi di 
marines ma anche altre determinazioni per vie oriz- 
zontali. Daquesto punto di vista tutto questo contribui- 
sce anche ai problemi di mancanza d’identità di dislo- 
camento e dall’altra parte apre alcune possibilità di 
arricchimento della solidarietà proletaria. Quindi il 
farci forza di questa situazione di caos, il vedere non 
solo il porre, il fare... in questo senso sono d’accordo 
che bisogna andare oltre gli schemi. Sì potrebbe lavo- 
rare eandare oltre nell’analisicioéfarlafinitaconi vec- 
chi residui ma nello stesso tempo recuperare dalla 
nostra tradizione l’unica cosa che conta cioè l’analisi 
che si fonda socialmente sul modo di produzione e 
farci forza in questa situazione di caos, apparente e 
reale, in cui siamo entrati a forza. Alla base di questo 
caos c’è l’economia-mondo, c’è una base di produ- 
zione, di comunicazione che è fatta così e che lo sarà, 
e che oltre alle tragedie ha anche in sè virtualità di svi- 
luppo in un senso che si potrebbe riuscire a cogliere. 
Questa dinamica ha per esempio aspetti di crisi degli 
apparati verticali che sono fortissimi: anche qui, mi 
ricollegavo a quello che è stato detto prima, anche la 
provocazione sulla questione che si diceva prima del 
“pagare le tasse”... ma c’è un problema... perché pri- 
ma sì edopo no? Non era mica meglio prima e adesso 
è peggio; è l’insopportabilità. Non è che lagente faccia 
ragionamenti così complicati, ma è l’in-sopportabìlità 
di cose che non sono più necessarie. Lo spreco legato 
all’apparatodi tasse, dicorruzione, dicentralizzazione 
da parte degli stati-nazione era una cosa tollerabile 
una volta ed era considerato il male minore e inevitabile 
all’interno dì un sistema produttivo in cui il controllo a 
livello nazionale delle infrastrutture, della produzione 
era vista anche come un modo persoprawivere, per- 
ché altrimenti non si sapeva dove si sarebbe andati a 
finire. Gli stati nazio naiì si sono creati ed estesi perché 
anche da parte delle classi dominanti c’era la pulsione 
dominante (anche con guerre perché, ovviamente, 
non tutti erano d’accordo). Oggi il fatto che queste co- 
se appaiono socialmente insopportabili è perché lo 
sono, perché il peso della apparato verticale dello 
stato italiano è una follia. Quindi tutte le corruzioni, gli 
sprechi diventano particolarmente più intollerabili 
perché non sono più indispensabili, salvo il pericolo di 
fare la fine della Jugoslavia ma per il resto non sono 
lacontropartitadi niente, perchè la base dell’economia- 


12 


Spedali YUeOSlAVU/PElìU' 



ecn milano 


mondo attuale di oggi si sviluppa con altre caratteri- 
stiche e non c'è affatto bisogno di un ministro Prandi- 
ni(uso Prandini per riferirmi ai fatto che lo stato nazio- 
nale italiano si è creato socialmente sulle grandi stra- 
de dopo i’unità d'itaiia, con milioni di lavoratori a bas- 
sissimo saiario ma comunque sottratti aila ioro con- 
dizione agricola e mandati a costruire strade, ponti e 
ferrovie e questo fondò in mezzo aiia corruzione la ne- 
cessità economica e i'uscita, in quaiche modo, da una 
situazione precedente). Tutto questo non ha più alcun 
motivo per cui è una spinta in questo genere di 
direzione. E' vero che tutto questo sta avvenendo un 
po' ovunque. 

C’è poi unaspecificitàdei socialismo reale, cioè lacrisi 
degli enti-organizzazione in quel caso è stata una crisi 
distruttiva e disintegrazione. Lo è stato in assenza di 
lotte proletarie, di movimenti rivoluzionari, il che ha 
portato a quella crisi e disintigreazione avvenuta per 
linee interne. La disintegrazione che è avvenuta nell’ex 
Unione sovietica, sta riproponendosi a ritmo accellerato 
anche nelle singole sub-unità che si erano create dalla 
fine della vecchia Unione Sovietica. E' avvenuto in una 
misura più indolore e che per certi versi rende parti- 
colarmente comprensibile il fenomeno nell’ex Ceco- 
slovacchia dove la gente non ha capito niente e si è 
trovata dall’oggi al domani divisa in due stati. Raramente 

10 credo che una rottura dello stato nazionale in due 
stati sia stata sancita, decisa da così poca gente e tut- 
ta all'interno delle strutture di apparati figli della vecchio 
ente organizzazione statale. Bisogna allora vedere da 
questo punto di vista le particolarità dell'ex-Yugoslavia; 
viste ed esaltate anche se può essere pericoloso, vo- 
lendo intervenire sulla situazione guardare troppo all’ 
Indietro, ma certamente l’utopia nefasta della cosidetta 
autogestione percome poi si è sviluppata, ai problemi 
che c’erano e si nascondevano, è stata un tipo di disin- 
tegrazione completa da questo punto di vista. Mi pare 
che anche le osservazioni sull’lstriafossero di notevole 
interesse. Vorrei aggiungere che in generale rispetto 
ai paesi dell’est d’Europa, io non so quanto possa va- 
lere per la Yugoslavia, uno studio comparso su “Altre 
ragioni’’ a proposito della Russia dava spunti inte- 
ressanti di lettura di questa materia e in realtà poneva 

11 fatto che rispetto a un tipo di struttura gerarchica, di 
scarsa penetrazione sociale con il passare dei decenni 
si erano date e distribuite forme di comunicazione, di 
immaginario localizzato che avevano come base di 
riferimento il tipo di cultura etnica. Questo esplodere 
di una mitologia etnica avrebbe alla base anche le 
uniche forme di comunicazione che si erano date all’ 
interno di una glaciazione comunicativa, questo io mi 
limito a dirlo. Ci sono delle particolarità che rendono 
drammatica la situazione dei socialismo reale e un 
esempio è la controtendenza del mondo islamico ver- 
so un discorso di "panislamismo”, "contro i rispettivi 
stati nazionali". Quando noi parliamo di queste cose 


dobbiamo anche dire che è lo stesso fenomeno ma 
che c’è una macroscopica controtendenza rispetto i 
discorsi che abbiamo fatto stasera. Non è che sono di- 
versi. T utto sommato anzi c’è stato un tipo di cultura 
che si era suddivisa, che aveva già cominciato a sud- 
dividersi in stati, in unità territoriali, quando da noi c’ 
era ancora l’impero. Non è che il mondo islamico ab- 
bia di per sè questa caratteristica, li mondo islamico 
si stava disintegrando in tanti stati territoriali quando 
da noi c’era ancora il mito di Carlo Magno, etc.. Non 
è che sia una particolarità di quel mondo, lo è oggi. E 
non è che questo mondo non sia all’interno dell’econo- 
mia mondo. Se guardiamo quanti sono gli ingegnieri 
nella teocrazia di T eheran sarebbe interessante sco- 
prire che aH’interno del gruppo dirigente ci sono sì i 
mullah, ma anche ci sono bei laureti in materie scien- 
tifiche e tecnologiche, dunque molto meno fuori dal 
mondo e molto meno “medioevali" di come in realtà si 
pensava. Per cui in realtà sono dentro a questo feno- 
meno. Il discorso della perdita di identità, nell’ingresso 
in questo genere di mondo che fa venir meno i vecchi 
enti nazionali, in questo caso sta portando, attraverso 
anche tutta una serie di contraddizioni e aspetti a un 
effetto macroscopico che ci può apparire in controten- 
denza. Per certi aspetti lo è, la disintegrazione della 
Yugoslavia, dell’ex Unione Sovietica, i movimenti in- 
vece di radicalismo islamico, che sono dentro alia 
stessa situazione, dentro la stessa crisi degli enti stati, 
è una cosa che oggi non sono in grado di valutare co- 
me portata. Ma volevo sollevare questa situazione. 
Un altro aspetto che volevo mettere In rilevo è il fatto 
che si sollevava prima deH’omogenità: questo aspetto 
di orizzontalità e di simultaneità che fa perdere le 
vecchie identità. C’è anche questo aspetto marciente, 
che a noi deve interessare molto, che è ii fatto di una 
sostanziale omogenità nella moda, nella cultura etc.. 
che esistono. Chi di noi ha partecipato alle lotte con gli 
immigrati ha visto che, aldi làdelfattochequestisiano 
dall’altra parte del Mediterraneo, della religione 
islamica, c’era una estrema omogenità di compor- 
tamenti. Da questo punto di vista gli italiani che im- 
migravano anni fa erano estremamente più stranieri 
in Usa 0 in Franciadi quanto non sianoquestiche ven- 
gono oggi da Casablanca, che vengono da una civiltà 
per alcuni aspetti largamente più omogenea anche se 
non sembra, con un tipo di desideri, di immaginario 
lar-gamente più omogenizzati di quanto non potrebbe 
sembrare. Mi sembra che tutte queste cose siano 
aspetti della complessità che abbiamo davanti. 


QUINTO COMPAGNO 

Il popolo è l’ordinamento stesso dello stato. Invece ci 
sono fasi aperte in cui il concetto di popolo è un con- 


Aprile im 


13 



ecn milano 


cetto di comu nità. Questo è II nodo per quanto riguar- 
da la questione della Jugoslavia. Mi pare chiaro il di- 
scorso che veniva fatto primacioè che comunque per 
quanto riguarda la Slovenia, l'autonomia esiste già, 
c’è una fase in cui c’è stata già autonomia e un per- 
corso di autodeterminazione popolare, perchè non si 
può dire che la contraddizione è stata una contraddi- 
zione di classe. Una contraddizione a livello popolare 
di rottura con la gestione centralistica del potere. Si 
tratta di capire se questo elemento popolare è un e- 
lemento già costituito in un ordinamento, già dato, 
quindi in una forma stato già data, oppure se effet- 
tivamente esistono dinamiche aperte airinterno delle 
quali tu puoi porre la questione del rifiuto dellaguerra, 
della carta dei diritti etc.. Si tratta di capire se la Slove- 
nia è in fase costituente oppure se abbiamo di fronte 
una forma stato, un ordinamento e quindi forme di 
poteregià costituite. Non c’è niente discontato, un ra- 
gionamento va fatto e rispetto a questo credo valga 
la pena di provare il discorso del campo, dell’iniziativa 
più che sul discorso federalista che non so che cosa 
possa volerdire. Anche perchè queste parole d’ordine 
sono state forse abusate da quella corrente sulle 
organizzazioni non governanitive, trasnazionali... Vale 
la pena di chiarire un attimo la differenza dove sta. Noi 
andiamo a Lubjana però c’è anche chi, perquanto pa- 
cifista. è andato a Sarajevo non certo a portare armi, 
lo non credo che noi a Lubjana siamo in grado di por- 
tare armi e armare la “multitudo" e creare il popolo in 
armi in fase costituente. Noi siamo solo in grado di 
andare là e capire se è possibile un orien-tamento 
diverso in fase costituente; se noi possiamo ragionare 
su una dinamica non chiusa, dal punto di vista di uno 
stato nazionale che è quello sloveno, ma ragionare su 
una dinamica più aperta. 

Fermo restando che resta un elemento che in parte 
è stato solo accennato stasera e cioè l’elemento che 
in Yugoslavia esiste la guerra. All’interno di questa 
guerra ci sono gruppi di potere che stanno conso- 
lidando la loro posizione, ci sta questo scontro tra et- 
nie, ci sta, e questo non è solo un fatto yugoslavo, ma 
in tutti i paesi dell’ex socialismo reale, c’è il nazio- 
nalismo. E’ paradossale che ci sia una rinascita del 
nazionalismo proprio nel momento in cui non esiste 
la dimensione dei mercati nazionali, il nazionalismo è 
natocome ideologiadelleborghesie nazionali (costitu- 
zione dello stato nazionale etc...) in una fase in cui 
aveva senso dentro una dimensione nazionale del 
mercato. Il paradosso di quello che sta succedendo 
all’est è proprio questo: esiste una rinascitadei nazio- 
nalismi su una base economica che non può essere 
nazionale. E' una cosa problematica, da capire, lo 
vedo la rinascita dei nazionalismi all’est non come 
fallimento del socialismo, ma più semplicemente 
come II prodotto del socialismo, così come la nascita 
delle nazioni europee si è data sulla disgregazione 


deigrandi imperi (per esempio lacoscienza nazionale 
ungherese si è formata all’Interno dell’impero austro- 
ungarico etc..). E oggi noi non possiamo dire sem- 
plicemente che II nazionalismo armeno, croato è sem- 
plicemente il risultato del fallimento del socialismo, è 
un prodotto del socialismo. Il socialismo ha prodotto 
questo elemento. C’è un rifiuto e una crisi degli stati 
centralizzati, ma allora le ragione sono varie: la gestione 
centralizzata deH’economia, la fine dei grandi stati 
internazionali etc... Questo è il dato di fatto. 

L’Unione Sovietica è uno stato internazionale che 
comprendeva varie nazioni, la Yugoslavia anche. La 
fine di un meccanismo di centralizzazione di questo 
tipo, lo interpreto in questo quadro la problematica 
yugoslava più che a una ripresa dell’autocoscienza 
comunitaria ed etnica da parte della comunità croata 
0 istriana. Anche perchè penso sostanziamente che 
questo discorso della comunità sia sentito relativa- 
mente in una fase in cui attraverso vari percorsi storici 
comunque mescolanza, meticciato, c’è stato. Il 45% 
dei matrimoni misti nelle zone della Craina non è una 
puttanata. Il discorso della rivendicazioneetnicadiventa 
un discorso astratto se non tiene conto di questi 
aspetti, se non si colloca dentro un tempo storico, 
cinquant’anni di mescolanza e di comunanza, lo lo 
vedo più che altro appunto come problema di gruppi 
di potere che si stanno consolidando usando il 
nazionalismo. Percuicredo che ilcentrodellaquestione 
sia ancora economico anche se non va trascurato il 
discorso delle differenze. E’ giusto quello che i compagni 
dicono, cioè il fatto che comunque anche davanti ad 
una mistificazione ideologica, o sul piano della 
comunicazione noi abbiamo il compito di affermare 
che le differenze possono vivere, convivere e devono 
convivere comunque su un piano di eguaglianza pur 
mantenendo le proprie specificità. Cioè indipendenza 
più che autonomia. Sull’autodeterminazione anche 
questi sono termini complessi. Chi si autodetermina, 
quali sono i soggetti dell’autodeterminazione? lo non 
lo so nell’ex Yugoslavia chi si sta autodeterminando 
sostanzialmente. Non so i miliziani bosniaci o... chi? 
Chi è che si sta autodeterminando? Lì non si sta 
autodeterminando nessuno, cioè i soggetti 
dell’autodeterminazione mancano. Quindi anche 
questo discorso dell’autodeterminazione dei popoli è 
un discorso abbastanza astratto. 

Per concludere io vedo l’iniziativa a Lubjana come un 
discorso interessante, se noi capiamo il rapporto 
dentro ad una dinamica aperta, anche popolare, non 
costituita in ordinamento, lo mi sento di giustificare i 
percorsi di “autodeterminazione" sempre con questa 
riserva di chi si autodetermina, cioè capire i soggetti 
dell’autodeterminazione. Non me la sento di dire che 
oggi è positivo, o comunque un fatto accettabile la 
costituzione di stati nazionali e questo vale anche per 
la Palestina.. Il fallimento di ipotesi di costruzione di 


14 


Spedalt YUGOSIAVIA / PtSW 



ecn milano 


stati nazionali è stato valido per la Palestina, per i 
baschi etc... Posso dire che comunque se c’è una 
dinamica aperta e su questo è possibile orientare la 
nuova costituzioneslovena contro laguerraeta.dentro 
a questo un campo in Slovena può essere concepibile. 
Invece sull'altro aspetto quello della guerra che 
continua io vedo anche la necessità di riprendere le 
fila di un discorso nostro. Perchè chi ha partecipato 
alla manifestazione ad Aviano, all'ultima 
manifestazione, ci siamo resi conto che Rifondazione 
Comunista ha fatto tutto un lavori di ricucitura della 
rete del vecchio e del nuovo pacifismo e dunque ha 
colmato quel vuoto che noi abbiamo lasciato, pur 
essendo questo terreno antimilitarista uno dei nostri 
terreni principali. Oltre a questa questione di Lubiana, 
sui popoli etc, va posta una questione sul terreno più 
immediato dell'an-timperialismo riprendendo la 
questione di Aviano, una delle basi che possono 
essere usate per un eventuale intervento in Yugoslavia. 
Per cui lavorare su questi due livelli mi pare la cosa 
migliore, senza che uno possa escludere l’altro. 


SECONDO COMPAGNO DI TRIESTE 

Sul fatto di fare una iniziativa in Slovenia a Lubiana, 
va preso in considerzaione il fatto che siamo davanti 
a un atto consolidato: la Slovenia si è autodeterminata 
ed è uscita dal conflitto. Anzi loro dicono che si sono 
resi indipendenti per non entrare nel conflitto, ne sono 
fieri in un certo senso. Penso che andare a fare una 
cosa cosi a Lubiana non ha nessun effetto dal punto 
di vista pratico sull'agire sulle contraddizioni che la 
guerra provoca. E' indifferente farlo a Lubiana o a 
Trieste, penso che sia molto più interessante farlo in 
Istria e in Croazia, perchè lì si riesce ad entrare dentro 
alle contraddizioni di uno stato in guerra come la 
Croazia, le contraddizioni che crea il nazionalismo in 
Istria e lì si riesce ad agire direttamente sul problema. 
All'interno della Croazia i cittadini croati pagano duro 
questa guerra in termini di caro vita, tagli 
all'occupazione, ecomomia di guerra. Per fare una 
cosa di questo genere è inevitabile avere degli 
Interlocutori del posto. In Slovenoia bene o male gli 
interlocutori che si pos-sono avere sono fuori, mentre 
in Croazia si possono trovare degli interlocutori 
interessanti, come per esem-pio forze sindacali che 
stanno facendo pressioni per fare degli scioperi 
generali contro la politicadi T udjman, o anche il partito 
socialdemocratico cecroato che si schiera 
continuamente contro gli interventi in Ucraina del 
esercito croato. 


COMPAGNO DI TRIESTE. 

Come compagni di T rieste abbiamo cercato di capire 
questa proposta di costruire una forma di campeggio, 
meeting, all'interno di una situazione dell'ex-Yugo- 
slavia: che possibilità di riuscita ha e su quale terreno 
di confronto, ricercando quali interlocutori. In questo 
senso: il fatto di andare ad analizzare quello che sta 
succedendo in Yugoslavia rischiando anche di utilizzare 
delle categorie che possono sembrare superate. Il 
rischio è effettivo, ma è anche quello che da la misura 
in questo momento percapirese là dentro noi riusciamo 
a trovare degli interlocutori o meno, dei referenti, pur 
dotati di un ambiguità grossissima. Non c’è l’illusione 
di trovare dei referenti che parlano il nostro stesso 
linguaggio, che utilizzino ie nostre stesse categorie, 
che si richiamino a analisi di tipo marxista, ma trovare 
degli interlocutori che siano disposti a confrontarsi su 
questi temi: sul discorso del popolo, della razza, del- 
l’etnia, su questi nuovi stati-nazione che si stanno co- 
stituendo. E' su questo che uno ad un certo punto va 
ad analizzare quello che sta succedendo là e si trova 
ad utilizzare categorie che possono sembrare appar- 
tenere al passato, lo non riesco a vedere questo con- 
cetto di popolo che sta emergendo, nè tra i croati, nè 
tra i serbi, nè tra gli sloveni, lo lo detto e lo ripete se- 
condo me continua ad essere un discorso di sepa- 
razione in base a quelle che sono le proprie ca- 
ratteristiche di area, in campo economico, percollocarsi 
a livello diverso all'interno del contesto europeo. Noi 
non possiamo in nessuna maniera commettere l’errore 
di confondere la ricerca di una identità in quanto po- 
polo, in quanto etnia, come bisogno anche di singoli 
soggetti con quello che è uno scontro che è vero che 
è allargato ed è riuscito a coinvolgere al suo interno 
anche quantitàdisoggetti enormi, non semplicemente 
apparati statali odi eserciti. Dobbiamo anche ricordarci 
alcuni passaggi che sono stati fatti: le manifestazioni 
all’Interno della Bosnia prima dell’inizio della guerra 
con 100.000 operai in piazza a Sarajevo qualcosa ci 
deve pur dimostrare. La convivenza all’interno delle 
zone della Croazia, come Vukovar, con i matrimoni 
misti. Una capacità, piu che una capacità una con- 
dizione oggettiva per cui quelli che vengono definiti 
oggi i diversi popoli, le diverse etnie all’interno della 
Yugoslavia in realtà si erano dati del livellidiconvivenza 
altissimi, perchè dopotutto tutte queste differenze alla 
fin fine non c’erano. 

Noi per anni abbiamo continuato a gridare che il 
PROLETARIATO NON HA NAZIONE cosa intendia- 
mo? Semplicemente che II proletariato non si identifica 
con gli interessi delle borghesie nazionale o anche il 
fatto che la propria identità è stata in qualche maniera, 
(non perchè noi lo esaltiamo o in termini deterministici 
ci faccia piacere, perchè c’è stata la proletarizzazione 
mondiale e quindi si sono create le basi oggettive della 


Aprih 1993 


15 



ecn mìlano 


rivoluzione contro il capitale) ma perchè è un dato di 
fatto che all'interno di un processo economico la 
proletarizzazione ha portato anche all'omologazione 
dei comportamenti. Si diceva prima che uno può gi- 
rare Lubiana, Zagabria e trovare gli stessi compor- 
tamenti. Sono stato tre settimane fa in un centro 
sociale a Capodistria e sembrava di essere in un 
centro sociale in Italia, per l'abbigliamento, per la 
musica che si ascolta. Allora dove è una tendenza alla 
ricerca di una identità di popolo? Anche questa io non 
so ... quanti hanno visto perTV i miliziani croati con la 
svastica e le SS sull'elmetto, dove c'è questa ricerca 
di identità di croati? Se di questo si tratterebbe?... 


PRIMO COMPAGNO 

Il fatto è molto semplice: non si tratta di una ricerca di 
identità come questa fosse una base naturale di 
partenza. Il problema è che lafondazione di nuovi stati 
produce dei soggetti, una soggettività, è questo il 
punto da capire. Si deve dare una giustificazione 
ideale, immaginaria, ideologica alla fondazione di 
quello stato seno quello stato non avrebbe significato. 
Ma questo è successo all'interno delle rivoluzioni bor- 
ghesi ma anche all'interno delle rivoluzioni proletarie. 
E' ovvio; ogni fondazione di uno stato nuovo, di una 
realtà, di un ordine sociale nuovo è produzione di 
soggetti. Il problema tragico che mi pongo io come 
comunista e rivoluzionario, è questo: siamo noi in 
grado di produrre una nuova soggettività sovversiva e 
antagonista con un immaginario ed un'identità 
soggettiva diversa da quella che viene proposta da 
questo? lo non ho dettoche l'etnia è unabase naturale 
su cui si fondano poi le radici come fosse un albero 
genealogico. Questa è unafiiosofia reazionaria, matrice 
del razzismo. Ho detto il contrario, che gli stati, le classi 
dominanti, la vecchia nomenclatura fonda oggi, 
costituisce, ed è un potere costituente, nuovi piccoli 
stati fornendo anche una produzione di soggettività. 
Perchè se non non si capirebbe se prima eratutto bello 
in Yugosiavia, tutti si amavano e stavano bene insieme 
perchè adesso si sparano addosso? Vuol dire che è 
stata prodotta una cultura. L'etnia è un prodotto della 
modernità, non è un qualcosa che sta alle spalle della 
modernità. Maquesto è un argomento potente perchè 
ti permette di avere un argomento forte perdemistif icare 
tutti i luoghi comuni che si dicono su questa cosa. E' 
la guerra oggi che produce identità in Yugosiavia, non 
è il contrario, non sono le identità che producono la 
guerra. Abbiamo avuto una discussione con compagni 
tedeschi che ragionano nella stessa maniera. Dicono 
si sparano perchè sono diversi. Non è vero: sono 
diversi perchè c'è la guerra come atto fondativo di 
nuovi piccoli stati e di una nuova dimensione di quella 


realtà che non è più quella di prima. Quando si passa 
dai vecchio al nuovo, il passaggio non avviene mica 
sempre In maniera rivoluzionaria, c'è la guerra, c'è la 
rottura dell'esistente, delle dialettiche. Ma allora chi 
fonda questo ha bisogno di produrre una soggettività, 
un immaginario, una ideologia e anche un senso di 
comunità. Questo è il problema. Perchè si chiamano 
croati? Perchè in Slovenia hanno votato al 90%? 
Allora è riduttivo dire che sono tutte bande miliziane, 
che è un complotto dell'imperialismo, che sono solo le 
milizie delle bande che tanno queste cose, secondo 
me. T utto questo avviene non come base naturale ma 
come prodotto ex novo della nuova storia, che è una 
merda. Abbiamo bisogno di nuovi strumenti percepire 
questa nuova storia che si sta sviluppando e che non 
è quella che noi abbiamo desiderato. Perchè avevamo 
pensato ad un processo di dissoluzione del socialismo 
come passaggio al comuniSmo. Ingenui, positivisti, 
perchè avevamo uno schema in testa. Non è cosi, la 
dissoluzione del socialismo si è trasformata nel suo 
contrario. Allora a proposito della proposta di fare 
l'incontro a Lubiana, vorrei precisare che il problema 
non è che noi siamo talmente illusi o presuntuosi da 
pensare che andando a Lubiana spostiamo e modifi- 
chiamo la situazione ed i rapporti di forza che ci sono 
là. Credo che vada completamente rovesciata la que- 
stione. E' per prima cosa un problema nostro, di rivolu- 
zione culturale nostra all'interno di questa sinistra 
italiana che si avvita continuamente su se stessa, 
perchè non ha nessun respiro. Questo è il problema 
ma allora è questo bisogno di innovazione, la ricerca 
di apertura, di scoprire le dinamiche che dicevi tu. Per 
esempio sul discorso sull'omogeneizzazione, 
attenzione! E' vero che i comportamenti si stanno 
omogeneizzando, però accanto a questo per fortuna 
c'è anche il fatto della qualità diversa dei bisogni 
individuali. Non possiamo avere sempre in testa 
l'egualitarismo socialista come la Cina di Mao, che 
l'eguaglianza dei proletari significa portare tutti la 
stessa camicia, lo stesso eskimo. Noi siamo in una 
fase nuova, quella che Marx chiamava, nella sua 
“follia”utopica, laprima fasedelcomunismo. Sappiamo 
che non è così, purtroppo, però voglio dire, ci sarà 
pure qualcosa di vero sul fatto che emergono poten- 
temente le singolarità. Il concetto di classe oggi non 
può più essere legato al concetto di classe che a- 
vevamo una volta. Se abbiamo paura di non essere 
troppo ortodossi, anchesu questo cisonodei passaggi 
in Marx che lo dicono chiaramente, ad esempio nella 
critica dell'Ideologia Tedesca; la classe universale è 
quella classe che nega tutte le classi, è quella classe 
che si nega in quanto classe. Equindi,èuna moltitudine 
di uomini in cui sono superati I confini, le barriere, le 
nazionalità: questa è la classe universale. Questo è il 
problema del marxismo rivoluzionario che non è mai 
stato afferrato. Allora, io dico che mi interessano le 


16 


Spemh YUGOSUm/mW 



ecn m/tono 


dinamiche liberatorie aperte all'interno di questa realtà 
però non con la presunzione di mettere le braghe al 
mondo. Il meeting di Lubiana non è una linea politica 
che noi andiamo 11 e diciamo quello che loro devono 
fare, anzi è prima di tutto un'apertura da parte nostra 
per non essere legati a dinamiche che noi stessi 


SESTO COMPAGNO 

Il problema è proprio questo. Lui diceva possiamo 
avere dei referenti anche se non la pensano.... ma lì 
il problema è un altro: parliamoci chiaro, quando la 
gente si mette in armi penso che debba avere delle 
forti motivazioni. Questo è un dato di fatto: c'è in armi 
tanta gente fuori dagli eserciti, allora io penso che 
questa gente per il futuro pensi a delle nuove pro- 
spettive, non penso che voglia costruire uno stato di 
merda, una nuova borghesia, lo penso che dentro si 
dia questa potenza che comunque crea dei giochi. Ma 
noi abbiamo qualcosa da dire, abbiamo un discorso 
sull'autonomia, l'autogoverno', su come si puòcostruire 
forme di cooperazione all'interno di un territorio che 
sia aperto agli altri territori? Questo è anche il problema 
di cominciare a dire come si fa ad autodeterminarsi? 
Nell'incontro di Lubiana si dovrebbero poter aprire 
tutte queste problematiche: ad esempio la gente vuole 
capire coem produrre, come organizzare le città. Mi 
pare che l'unica possibilità sia un segno forte che apra 
la comunicazione. Non possiamo andare lì e dire ci si 
schiera con questo o quello, noi non siamo dentro 
questastoria, pensiamo che lagentesiastata realmente 
trascinata. Se prima abbiamo parlato di una 
manifestazione di 100.000 operai, ci sono stati poi 
molti retaggi, forse non riuscivano a cogliere quello 
che stava succedendo. 


SECONDO COMPAGNO 

Penso che in generale il problema sia ilf atto che quello 
che sta succedendo noi lo registriamo come dato im- 
portante di una dinamica che non è relativa solo alla 
ex Jugoslavia o ex Balcani. Stiamo discutendo di un 
dato relativo a molte parti del mondo, in varie forme e 
asecondadiquelle che sono le pressioniche avvengo- 
no oppure le dinamiche storiche su cui si sono costi- 
tu ite situazioni diverse, penso ad esempio alla Somalia. 
Dall'altro il problema dell'autodeterminazione non è 
un problema che possiamo negare. Come mai, ad e- 
sempio, tra palestinesi e curdi, che sono due popoli 
che si vogliono autodeterminare, non esiste la possi- 
bilità di comunicare? Perchè questo tipo di dinamica 
della cosiddetta autodeterminazione o indipendenza. 


non è di per sè portatrice totale del concetto di potere 
costituente, di liberazione, ecc..? Molte volte nasconde 
dei limiti oggettivi e soggettivi che sono appunto il rap- 
porto con le differenze. Questo dobbiamo dire a Lubia- 
na. Logisticamente non so se possiamo dirlo in Croazia 
pertutto quello che rappresenta però, sicuramente, a 
Lubiana avrebbe questo tipo di caratteristiche. Non di- 
re tanto “noi insegniamo a qualcuno" o “questo ci va 
bene" ma dire da qui, da questo tipo di situazione è 
possibile intravedere percorsi in avanti verso la libera- 
zione, verso una costituzione effettiva di percorsi 
nuovi. 

Perchè in questo momento e non prima o non dopo? 
E' questo momento che libera alcune contraddizioni. 
Prima era impossibile farlo per tutta una serie di con- 
dizioni: bipolarismo, lacondizionedegli stati na-zionali 
stessi. D'altro lato sarà impossibile dopo perchè questo 
tipo di dinamica avrà, dal punto di vista dello sviluppo 
che ha, tutto un altro seguito. E' adesso che bisogna 
intervenire con questo tipo di tensione. 

Come in Italia è ovvio che tu di fronte al fatto che va 
in sfacelo un sistema politico che ha retto per 40 anni, 
c’è la Lega che ha il 30-40%, va al governo nei comuni 
e governa con il PCI, cosa dici: la Lega è fascista, è 
colpadegli americani che hanno pagato Di Pietro, che 
mette in galera persino Andreotti ? Se dici così io credo 
che non risolvi niente. Tu dici dentro ad una vicenda 
che non capisci si è determinato un fatto che il cosid- 
detto proletariato vota Lega dentro ad alcune dinami- 
che particolari. C'è un problema di riappropriazione e 
dei nessi amministrativi, di oocupare alcuni spazi che 
la sinistra non ha più occupato da anni facendo un di- 
scorso assolutamente arretrato della resistenza sul 
problema del Welfare State, di uno stato dei privilegi 
assistenziali, sullo statalismo mentre c’era una ten- 
denza diversa dal punto di vista della produzione che 
era un decentramento totale. Queste sono le cose che 
hanno permesso allaLegadiessere oggi un riferimento 
per l'alternativa. Noi sappiamo benissimo che alter- 
nativa non è, perchè dal punto di vista dei vento che 
porta lo porta dentro alcuni fatti come le gabbie 
salariali, la dinamica di rifiuto del meticciato che ha u- 
tilizzato per i suoi interessi, ecc. Prima si faceva l’e- 
sempio delle tasse in Italia: è ovvio che si crea dal 
punto di vista popolare la disaffezione a dover pagare 
le tasse se questo non corrisponde ad una dinamica 
tale che può tenere. L'aspetto che il politico, la media- 
zione del politico è assolutamente ininfluente sul 
processo produttivo, oggi la baracca va in culo, la 
produzione continua. 

C’è questo senso da parte dellagente, non c’è nessun 
tipo di mediazione politica, non ci sono più i governi, 
non c’è più il Parlamento, le giunte regionali eppure la 
produzione continua dentro a questa dimensione. 
Allora anche questo o ci illummina, ci fa dire che è 11 
che dobbiamo intervenire, che ci fa dire potere costi- 


Aprile 1993 


17 



ecn mìlano 


tuente, autogoverno da questo punto di vista. Perchè 
se noi continuiamo a dire vogiiamo lo stato che ci dia 
la pensione, che ci dia i trasporti etcc.. e come se par- 
lassimo la lingua di un altra epoca. E’ per questo che 
il concetto di internazionalismo, di lotta alla guerra de- 
ve assumere questo valore in riferimento anche alla 
Yugoslavia. Partendo da un lato che quella non è la 
liberazione, ma è un dato... 


QUINTO COMPAGNO 

Ma allora a Lubiana cosa andiamo a fare? 

SECONDO COMPAGNO 

Il mio era un discorso in generale. 

COMPAGNO DI TRIESTE 

SullaSloveniaè inutile ragionare in astratto. La Slovenia 
è un paese di un milione e ottocentomila persone, 
meno della periferia suburbana di Roma. Un paese 
con l'indipendenza che si è dato dal punto di vista 
formale e politico nell'area del marco tedesco. Una 
zona che diventa una gigantesca struttura viaria delle 
merci tedesche verso l'Adriatico, verso I Balcani. Se 
voglio andare a Lubiana presumo sia per un incontro 
conqualcuno, senno andiamo noi adire le nostre cose 
a Lubiana. Questo è il problema 


SECONDO COMPAGNO 

Sitrattadi ricercare nella costruzione diquesta iniziativa 
il massimo dei rapporti possibili, con gruppi e realtà di 
tutte le varie zone. Mi sembra più credibile fare tutto 
questo a lubiana e non in Croazia per dei semplici 
motivi logistici. 

Il discorso è solo quello che andiamo a dire. Cosa gli 
diciamo che era meglio sotto Tito .. Queiio che conta 
è aprire un percorso di discussione anche a partire 
dalle realtà nazionali, che rompa i confini, per far ca- 
pire che pariare di Europa come spazio politico effi- 
cace non significa essere filo-Maastricht, ma significa 
praticare la rottura dei confini anche nella nostra men- 
te. Dall’altro cl può aiutare a verificare alcuni concetti 
in un territorio che è denso di contraddizioni, a indivi- 
duare un nuovo percorso di mobilitazione contro que- 
sta nuova forma di guerra, come forma cardine delio 


sviluppo del nuovo ordine mondiale e del suo sviluppo. 
Una forma di guerra che ritroviamo in tutte le aree do- 
ve la situazione arriva ad essere cosi, con una dato 
generale di intervento diretto, lapoliziadel nuovo ordi- 
ne mondiale e questo è un problema perchè le basi 
sono qua, c'è ii discorso del militare etc.. Va costruito 
un nuovo concetto di internazionaiismo, in cui non 
basta più dire che i palestinesi hanno ragione, lo sanno 
tutti, è chiaro, il problema è capire che sviluppo dare 
ad alcuni discorsi; autogoverno, potere costituente, 
che cosa significa autodeterminarsi ... Come dice 
Baiibar perchè queiii che si autodeterminano, lo fanno 
sulla pelle di altri? 


QUINTO COMPAGNO 

Infatti è proprio questo ii problema 


SECONDO COMPAGNO 

Lubiana, Croazia il problema è che a Sarajevo ci devi 
andare in una certa maniera... Passare perTrieste ha 
il senso di dare un senso genere alla proposta. 


QUINTO COMPAGNO 

Se tu mi dici che abbiamo fatto un meeting a Venezia 
sull’Europa dei padroni, io ti dico che i’abbiamo fatto 
permettere in comunicazione le reti europee. Se tu mi 
dici andiamo a Lubiana per mettere in comunicazione 
deile reti Yugoslave, europee etc esattamente con lo 
stesso spirito di Venezia ma su una tematica diversa 
io capisco. Ma se tu mi dici andiamo lì ed apriamo un 
intervento contro ia guerra non capisco più. 


SETTIMO COMPAGNO 

stiamo parlando della cosa che mi importa meno, il 
convegno. Nel senso il problema centrale da cui si era 
partiti nei pensare alla possibilità di fare questo 
convegno era quella di farlo in un posto che sia sede 
deiia contraddizione deila guerra, nell'ex Yugoslavia. 
Ne risultava Libiana per un discorso logistico. Ma per 
fare questo è necessario fare un passaggio di incontro 
a Trieste. Lubiana è solo la cosa più credibile. Credo 
che stasera sia venuta fuori tanta carne al fuoco, su 
cui si tratta di discutere. Allargando gli inviti, lo vedo 
questo come un percorso da costruire. 


18 


Spedale YUCOSIAYIA / PERÙ' 



ecn milano 


lE CITTA DEI PERÙ' 
IMPRESSIONI DI VIAGGIO 


llPerùèunodelpaesilatinoamericaniconosciutooltre 
cheperlasuastoriaancheperquell’affrescofolkloristico 
che si può incontrare con facilità percorrendo le Ande: 
un mondo con immagini ancora ferme a tre secoli fa. 
Fondata dagli spagnoli nel 1 535, Lima si estende per 
chilometri nel deserto della costa pacifica; 400 anni di 
vita l'avevano portata a contare meno di 600.000 abi- 
tanti; negli ultimi anni si è creato un mostro metropo- 
litano dove si addensano 5 milioni diu persone. Ma 
Lima è una città che con i suoi miraflores, San Isisdro 
e i ricchi centri commerciali, è cresciuta con il volto 
rivolto ad occidente e le spalle al Perù. 

Per via della disoccupazione, della droga e della guer- 
ra è scomparso anche ogni senso di solidarietà tra le 
persone: adesso i poveri derubano e ammazzano altri 
poveri. 

In questa Lima marginale prima vi era soprattutto 
povertà, ora regnano sangue, droga e terrore. Se si 
vive a Lima bisogna abituarsi alla sporcizia, alla mi- 
seria: sopra e in mezzo ai rifiutio si aggrappano le 
baracche appoggiate le une alle altre, costruite con 
lamiera e calcinacci; la città è assediata da uomini, 
donne e bambini che lottano in una realtà che sita ogni 
giorno più critica. 

Se il lavoro non si trova lo si inventa: lustrascarpe, 
strilloni, scribacchini o molto più semplicemente seduti 
in attesa di un cliente. L’aria è impregnata dell’odore 
dei cibi e delle bevande: è un odore quasi visibile di 
carne abbrustolita, di peperoni, di birra, di urina e di 
piedi. La violenza, la povertà dilagano; gfli operai 
scendono in piazza: le fabbriche chiuse da mesi ri- 
schiano Il collasso. E’ questo il clima in cui si è 


sviluppata l’iniziativa dei movimenti guerriglieri e 
rivoluzionari. 

AYACUCHO,roccafortepoliticae ideologica del Partito 
Comunista del Perù (Benderò Luminoso), è stata la 
prima città ad essere posta in stato di emergenza e 
quindi governata da leggi militari; l’ingresso ai turisti è 
quasi sempre vietato e il “Toke de Cheda", come viene 
chiamato il coprifuoco, viene imposto sempre più di 
frequente. Autoblindo dell’esercito e della marina 
presidiano ogni zona della città. L’unica cosa certa è 
che senza un lungo e duro lavoro! preventivo Sendero 
non avrebbe potuto sostenere 
per mollo tempo la lotta armata nellazonadi Ayacucho. 
Le vittime innocenti della repressione sono centinaia; 
dalla tortura non si salvano neanche i bambini: sono 
state trovate bambine violentate con pietre prima di 
essere assassinate; sui corpi erano visibili le tracce 
della tortura; molti erano stati cosparsi di acido e bru- 
ciati per ostacolare l’identificazione; la lista dei desa- 
sparecidos si allunga inesorabilmente: i parenti arrivano 
dadiversezonedel Perù perdenunciare le scomparse, 
le autorità promettono, ma tutto resta fermo. Resta 
solo lo stillicidio di scoperte di fosse comuni. 

Sono sempre i settori popolari a subire il peso della 
violazione dei diritti umani; continuano i genocidi, la 
distruzione di comunità campesine, le esecuzioni 
extragiudiziarie: questo aspettodella repressione ormai 
tocca un terzo delle province del paese e appare 
sempre più chiaro che questa crisi politica, sociale ed 
economica precipita sempre di più verso una soluzione 
violenta. 


Aprh 1993 


19 



ecn mìlano 


TARAPOTO si trova nella regione di San Martin 
(nord-est del paese); le Ande oramai sono tinte di 
verde e continuando verso Nord vanno ad appiattirsi 
per diventare pianura amazzonica ed è forse questo 
sovrapporsi di antiche culture e di paesaggi così 
diversi che crea intorno a questa regione un’aura ma- 
gica e misteriosa. 

Ma dietro l'immagine fornita da un depliant di agenzia 
esiste un altro Perù, nel quale permangono scenari di 
guerra: uomini e donne della guerriglia, prostitute ed 
omosessuali vengono rapiti e dopo qualche ora o 
qualche giorno, dopo gli “interrogatori” (così viene 
detto), vengono ritrovati corpi straziati come in un film 
del terrore. 

Se ad Ayacucho opera Sendero, in questa zona nor- 
dorientale del paese è attivo un altro gruppo rivolu- 
zionario e guerrigliero: il Movimento Rivoluzionario 
Tupac Amaru (MRTA), nato alla fine degli anni 70. In 
alcune zone, come nella selva, la forza delle azioni mi- 
litari del MRTA è superiore a quella di Sendero; lo 
sforzodelMRTAèdicrearel’immaginedi un movimento 
di guerriglia che sappia dialogare con II popolo come 
dimostrano i comizi volanti che seguono le azioni mi- 
litari, azioni che non sono mai contro il popolo, ma con- 
tro gli oppressori egli sfruttatori. Questo fronte, deno- 
minato "fronte orientale” è stato come Ayacucho per 
Sendero un laboratorio politico dove si sono consolidati 
I primi distaccamenti guerriglieri. 

La rivoluzione per il MRTA rappresenta qualcosa di 
tangibile: si possono indovinare le immagini con cui la 
rivoluzione si manifesta: contadini che spezzano le 
catene, operai che da servi diventano protagonisti; 
una società di poveri che unendosi alla rivoluzione 
smette di ingrassare i pochi e riversa il suo prodotto 
alla rivoluzione. 

E mentre si parla ci si trova con un fucile tra le mani, 
con qualcuno che ti insegna come caricarlo, come 
puntarlo e dove e su chi sparare. 


GUERRA IN PERÙ' 

Il Perù è sconvolto da una profonda crisi politica, 
sociale ed economica. 

Da una parte il paese è scosso dalla guerriglia rivo- 
luzlonariacon i movimenti di Sendero Luminoso (PCP) 
e il Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru (MRTA) 
che avanzano istanze di cambiamento radicale e dal- 
l’altra è sentita la necessità di uscire da queste condi- 
zioni di estremapovertàche portano alla proliferazione 
di bande di narcotrafficanti e all’acuirsi del livello del 
conflitto sociale. 

L’incapacità del governo nel fronteggiare questa 
catastroficvasituazione haportato il paese in un vicolo 
senza uscita e a una guerra civile non dichiarata. Que- 
sta situazione è testimoniata dai tragici dati emersi in 
questi anni: dall’aprile del 1 980fino ad orasene morte 


in Perù approssimativamente 23000 persone, tutte 
vittime del conflitto. Secondo la commissione speciale 
del senato peruviiano che sta indagando sui casi di 
violenza politica a partire da questa data nel periodo 
dell’ex presidente Francesco Belaunde (1980-1985) 
ci sono stati 8300 morti. Sotto la presidenza di Alan 
Peres (1985-1990) le vittime sono aumentate fino a 
9960 e nell’attuale periodo della presidenza Fujimori 
sono morte al momento circa 3500 persone. 

Le colonne ribelli integrate a Sendero Luminoso e 
all’MRTA sono quelle che hanno registrato il maggior 
numero di perdite: I compagni caduti fino al 1 990 sono 
9621 . In questo quadro sono comprese vittime della 
popolazione civile. Nel decennio 1980-1990 ci sono 
stati 7970 morti; molti di questi contadini, sindacalisti, 
religiosi e giornalisti. Dalla parte delle forze armate e 
polizia vi sono state 1455 perdite. 

Secondo la commissione senatoriale il narcotraffico 
non è stato efficacemente combattuto; questa affer- 
mazione è comprovata dal fatto che dal 1 980 al 1 990 
sono stati registrati solo 21 7 morti tra i narcotrafficanti 
vincolatialla mafia colombiananellaselva nordorientale 
del paese. Questo fa ipotizzare dagli esperti un’ipotesi 
di alleanza tra le forze dell’ordine e la mafia dei narco- 
trafficanti; questo spiegherebbe la scarsa efficacia 
delle forze governative nel combattere questo feno- 
meno. L’escalation non si è arrestata con l'attuale go- 
verno, anzi, si è incrementata ulteriormente; ne è pro- 
va il bilancio del Luglio 1 992 in cui sono morte 526 per- 
sone. Questo dato in rapporto alle cifre dei senato 
porta alla conclusione che nel mese di Luglio 92 vi è 
stata una media di 17 morti al giorno. Il senatore En- 
rico Bernales, presidente della commissione sulla 
violenza, afferma che se questo governo dovesse 
mantenere questa tendenza supererà I suoi pre- 
decessori. Infatti ancora prima di finire il primo anno di 
gestione il governo Fujimori ha già totalizzato 3500 
vittime. Contin uando per questa strada, al termine del 
suo mandato, le vittime potrebbero essere oltre 1 5000. 
Per contrastare quesrta esplosione di violenza il 
governo ha istituzionalizzato dei corpi paramilitari che 
inteoriadovrebberocontrollarelasituiazione eversiva. 
Questi sono i "ronderos" e gli squadroni di “Rodrigo 
Franco” che rappresentano l’ala dura del governo. Su 
questi corpi gravano pesanti sospetti di essersi 
macchiati di crimini la cui paternità è stata attribuita a 
Sendero Luminoso. I ronderos sono contadini che si 
sono integrati con l'esercito e costituiti in ronde per 
combattere lasovversione e difendere le proprie terre. 
Gli squadroni "Rodrigo Franco” sono composti da 
estremisti di destra e sono considerati il braccio 
violento dell’esercito. In questo quadro vengono deli- 
beratamente violati i più elementari diritti umani. La 
situazione nelle carceri è esplosiva: basti pensare che 
il carcere di “Castro Castro” di Canal Canto Grande, 
concepito come carcere di massima sicurezza, co- 
struito nei primi anni 80, dovrebbe ospitare un massimo 
di 346 detenuti, quando in realtà ne contiene attual- 
mente 1 972 controllati da 1 00 guardie carcerarie ap- 


20 


Spedale YUeOSUVU / FSlìU' 



ecn milano 


positamente ridotte da un decreto del presidente Fuji- 
mori per limitare la spesa pubblica. La vita all'interno 
del carcere non è descrivibile; i prigionieri, sia politici 
che comuni, non usufruiscono di cure mediche, né 
hanno un’adeguata alimentazione. Le condizioni igie- 
niche sono deprecabili e l’eccessiva promisquità tra 
detenuti di diversa provenienza e convinzione ideolo- 
gica, unita a una totale mancanza di controllo, provo- 
cano mediamente 2 o 3 morti alla settimana. 


M.R.T.A. 

(Movimento Rivoluzionario 
Tupac Amaru) 

Il Perù, oltre che essere soffocato dal debito, versa in 
una difficile situazione interna, data dalla spirale di 
violenza che aggrava ancora di più la difficile situazione 
economica, politica e sociale che sta portando il paese 
sull’orlo del collasso. Tale spirale di violenza è di solito 
attribuita ai movimenti di resistenza armata che com- 
battono la politica governativa. Il più conosciuto tra 
essi è Sendero Luminoso, al quale viene addebitata la 
maggioranza delle stragi di campesinos e di giornalisti, 
come nel caso di Luis Morales, cronista di Ayacucho. 
Parlare di Sendero non significa parlare di tutto il 
movimentoguerriglierodisinistradelPerù. Il Movimento 
Rivoluzionario Tupac Amaru si distingue da Sendero 
per una teorizzazione e organizzazione politica e 
militare di tipo "guevarista". La nascita del MRTA risale 
al 1 978. Nel giugno di quell’anno si produce una divi- 
sione all’interno del Partito Socialista Rivoluzionario. 
Alcuni esponenti di questa fazione fondano il Partito 
Socialista Rivoluzionario Marxista Leninista Filogue- 
varista, la cui piattaforma programmatica contempla 
la lotta armata come metodo per distruggere lo “stato 
borghese”. InseguitosiunironogruppidelMIR militante. 
Quando già disponevano di colonne guerrigliere ben 
organizzate, convertiti in MRTA diffusero un manifesto 
programmatico contenente un appello alla sinistra 
unita e ai settori progressisti dell’APRA, alla Chiesa e 
a Sendero Luminoso per una lotta unitaria. 

La zona di operazioni del MRTA è prevalentemente 
situata a San Martin, nella selva orientale del paese. 
Il primo attacco in occasione dell’anniversario della 
morte di Che Guevara, è stato compiuto il 20 settembre 
1987 contro la Guardia Civil; in seguito è stato un 
continuo crescendo di operazioni di guerriglia. 

Un giornalista italiano, Irnerio Falchieri, è riuscito a 
Intervistare il loro comandante, Luis Eduardo Polay 
Campos (Rolando), durante la prigionia nel carcere 
Castro Castro Canto Grande di Lima. 

Rolando, ma chi è questo personaggio di cui in Oc- 
cidente sisa ben poco e che invece gode in Perù di una 
leadership così forte? Figlio di uno dei mebri fondatori 
dell’APRAe studente a Parigi assieme all’ex presidente 


Alan Garda negli anni 70, quando era ancora fresco 
il ricordo del tumultuoso “maggio francese” del 1 968. 
Per le stesse vie limitrofe alla Sorbona dove Daniel 
Cohn-Bendit e suol seguaci alzarono barricate e di- 
pingevano slogan come "siamo realisti, prendiamoci 
l’impossibile”, anche i due g iovani perù viani sognavano 
cose impossibili. U no era Alan Ludwing Gabriel Garda 
Perez, e l’altro Luis Eduardo Polay Campos, due apri- 
sti figli di apristi. I sentieri dei due si biforcarono quan- 
do, poco prima dell’inizio dell’assemblea costituente, 
ritornarono in Perù disposti aforgiarsi unf uturo diverso. 
Alan Garda si inserì nel meandri dell’alta politica, in 
qualità di costitunte. E. Polay, che a Parigi si era spo- 
sato con una giovane colombiana che militava nell’M. 
1 9, arrivò ad essere segretario gnerale del comando 
universitario aprista (CUA). Successivamente si aprì 
per lui la strada della guerriglia nelle fila del MRTA 
accarezzando un sogno della rivoluzione che dovrebbe 
portare il Perù verso una società più giusta. Nella fila 
del MRTA si è conquistata via via fama di grande 
leader e di primula rossa tale che la sua fama è diven- 
tata mitica fino a che causalmente venne arrestato e 
trasferito nelle carceri penali di Castro Castro Canto 
Grande di Lima. 

“Data la rappresentatività politica del personaggio 
eravamo desiderosi di intervistarlo e poiché era 
impossibilefarlocon il consensodelle autorità ideammo 
un esamotage. Attraverso l’aiuto di un alto funzionario 
amico di Rolando di cui non è possibile fare il nome per 
ovvi motivi, ci siamo introdotti nel carcere e attraverso 
uno stratagemma siamo riusciti a effettuare questa 
intervista in esclusiva”. 


PERÙ': INTERVtSTA 
A MOROTE BARRIONUEVO OSMAN 
(SENDERO lUM(NOSO) 

D - Qual’è il piano di Sendero Luminoso per la 
conquista del potere? 

R -Il processo rivoluzionario nel suo evolversi richiede 
una serie di tappe obbligate; attualmente siamo nella 
fase dell’equilibrio strategico, da questa fase passe- 
remo a quella della strategia offensiva, vale a dire del 
confronto diretto, mentre la prima fase è stata quella 
della strategia difensiva che è durata dieci anni. 

D - Il confronto diretto presuppone un elevato costo 
sociale per il paese con conseguente spargimento di 
sangue. Questo non la preoccupa? 

R - Questo è il prezzo Inevitabile di una guerra. Faccio 
parte del popolo e vedo con molta preoccupazione il 
destino della mia gente. Il prezzo della libertà e dell’e- 
mancipazione sarà molto elevato: quello che io spero 
è che il prezzo da pagare sia il minore possibile in ter- 
mini di perdite di vite umane. Del resto un regime come 


Aprile 1993 


21 



ecn milano 


il nostro si macchia di sangue impunemente ogni 
giorno. 

D - Lo spargimento di sangue per la conquista del 
potere confermerebbe l’immagine di S-l come un 
movimento feroce e sanguinario. 

R - Dicono che il PCP del Perù è un movimento feroce 
ma non parlano mai dei crimini commessi da questo 
regime e dalla sistematica violazione dei diritti umani 
perpetrati fuori e dentro il carcere. Questa è una spor- 
ca campagna del governo per togliere prestigio alle 
forze combattenti nel tentativo di isolarle dal suo po- 
polo e dal suo appoggio. Se SL è un movimento così 
feroce come dicono, perchè cresce continuamente li 
consenso e l’adesione alle nostre idee? L'adesione 
delle masse è latente e si fortifica ogni giorno di più 
perchè noi sosteniamo lo sforzo della gente più povera. 

D - Il partito comunista peruviano (SL ) sarebbe disposto 
a dialogare col governo per la pacificazione sociale? 
R - Il PCP non si integrerà col sistema nazionale attua- 
le perchè sarebbe come perseguire lo stessocammino 
che noi combattiamo. In Perù il dialogo tra PCP e go- 
verno si potrà attuare solo sulla base di una nostra 
effettiva posizione di forza. 

Noi non cederemo ai compromessi. Il dialogo potrà 
avere luogo solo sulla base dell'attuazione delle nostre 
condizioni che sono: l'eliminazione dei grandi monopoli 
e l’attuazione di un programma economico indipen- 
dente dagli interessi dei grandi organismi internazionali 
quali il Fondo Monetario Internazionali (F. M. I.) e la 
Banca Mondiale. E a parìe gli aspetti economici, po- 
litici e culturali, chiediamo che Alan Garda Perez, che 
è stato responsabile del massacro di 300 prigionieri 
politici di guerra il 1 9/06/1 986 sia sottoposto a processo. 

D - Alcuni settori dell’ MRTA sarebbero disposti a 
deporre le armi per ottenere la pacificazione peruviana, 
così come hanno fatto i’ M-1 9 e ìi gruppo “Altare vive’’ 
della Colombia e dell’Ecuador. Voi non farete questa 
scelta? 

R - L'MRTA accetta il dialogo perchè questo fa parte 
del suo programma. Noi l’avevamo capito fin dal 1 980. 
Questa organizzazione cerca la partecipazione nell'at- 
tuale sistema e la sua attività politica è rivolta a rifor- 
marlo e non a trasformarlo. Per il PCP che la miglior 
forma di dialogo è il confronto armato. Crediamo an- 
che che per trasformare il sistemasi deve estirpare e 
non correggere la radice di tutti i mali: viceversa si po- 
tenzierebbe di più un sistema corrotto. I movimenti 
come l’MRTA, I’ M-1 9 e “ Altare vive" sono movimenti 
nazionalisti che non cercano un cambiamento e fatal- 
mente finiscono come complemento dell’azione an- 
tisovversiva. 

D - Si parla insistentemente di un'alleanza narco- 
terrorista tra Sendero e i narcotrafficanti che operano 
nella selva nord- orientale peruviana. Cosa c’è di vero 
in questo? 


R - Questa è una menzogna che ha le sue origini nel 
regime di Belaunde e negli Stati Uniti; Reagan è stato 
uno tra I primi che ha dato credito a questa voce. Nel 
Perù esistono migliaia di prigionieri politici e molti di 
questi hanno imputazioni legate ad attività di narco- 
traffico. I narcotrafficanti operano qui come in altri 
paesi del sud America e il carattere di questa attività 
è capitalista. Nel carcere di "Castro Castro” vi sono 
molti prigionieri che scontano pene per narcotraffico; 
questi sono legati e riconosciuti da partiti politici come 
il Partito Popolare Cristiano (PPC) e l’APRA. Unadelle 
fonti maggiori di approvvigionamento di dollari per il 
governo peruviano è costituita dalla voce ''narcotraf- 
fico". Le autorità in questa prigione vivono dei favori 
chefanno ai narcotrafficanti; questa attività è il prodotto 
del sistema attuale e solo la sostituzione di questo 
sistema eliminerebbe il narcotraffico. Il PCP è presente 
in tutto il Perù ed è inevitabile che zone di narcotraffico 
sianosotto llsuocontrollo. Il PCP non ha mai beneficiato 
nè ha mai concepito di utilizzare all’Interno della sua 
strategia elementi legati al narcotraffico. Quando i 
“narco” si sono legati alle forze armate noi li abbiamo 
combattuti; se ci sono contro li combattiamo, ma se ci 
assicurano che si manterranno ai nostri margini li 
tolleriamo avvertendoli che quando arriveremo al 
potere non si salveranno dall’essere giudicati. 

D - In Perù quotidianamente vi sono molte vittime tra 
campesìnos, dirigenti sociali e giornalisti, morti che 
sono attribuiti a Sendero. In questo momento si 
calcola che dal 1 980 vi siano state circa 23000 vìttime 
della violenza politica di cui molte stragi sono state 
attribuite a S.L. 

R - E' falso, è una menzogna infame del governo 
attuale. Ne sono prova le stragi di migliaia di contadini 
compiute dalle forze governative e attribuite a S.L. : 
ogni giorno scompaiono prigionieri e amici dei prig ionieri 
di guerra del P.C.P. 

Un esempio di ciò è la testimonianza di una donna 
scampata miracolosamente a un colpo di fucile tirato 
dai militari che credendola morta l’abbandonarono. La 
donna ripresasi denunciò i suoi veri carnefici. 

D - Gruppi di contadini si stanno unendo in ronde per 
combattere la sovversione e difendere le proprie terre 
e sono appoggiati dal governo. Come si pone il P. C. P. 
dì fronte a queste organizzazioni? 

R - Le ronde dei contadini sono organizzate dalle forze 
armate: tra loro esistono alcuni infiltrati che fanno 
parte dell’esercito. 

Essi sono carne da macello e servono come copertura 
all’esercito percompiere atti di violenza. Considerando 
questi fatti il P.C.P. colpirà gli infiltrati per liberare i 
contadini dalla repressione. 

D - Che immagine ha di Abimael Guzman, leader del 
suo movimento rivoluzionario? 

R - Il dottor Guzman è un uomo brillante, fermo nei 
suoi principi ma con grande elasticità nella loro ap- 
plicazione. E' una persona molto attiva e lo considero 


22 


Spedale YU60SLAVIA / P£RU' 



ecn milano 


il più grande filosofo del Perù . 

D - Cosa pensa del vertice tenutosi tra il presidente del 
Perù FujImorI e il presidente degli U. S. A. Bush? 

R - Ci dobbiamo rifare alla storia; gli americani hanno 
sempre dato per ricevere qualcosa In cambio e in par- 
ticolare sono interessati al controllo politico dell'intera 
regione. In questo momento tutto il sistema peruviano 
attraversa una profonda crisi. L'alta borghesia cerca 
disperatamente un piano per uscire da questa crisi. 
Nell'ambito di questa azione Fujimori ha iniziato ad 
intraprendere misure per riattivare tutta la sua azione 
economica volta a guadagnare il reinserimento del 
paese nel circuito internazionale: in realtà questo 
significa un'ulteriore controllo straniero imperialista 
nel paese. Ogni regime che abbiamo avuto negli ultimi 
anni è stato ogni volta più preimperialista; io credo che 
Fujimori stia mettendo a punto questo piano. 

INTERVISTA A CURA 
DI IRNERIO FALCHIERI 


INTERVISTA ESCLUSIVA 

A LUIS EDUARDO POLAY CAMPOS 

(ROLANDO) 

Durante la prigionia' nel carcere 
CASTRO CASTRO CANTO GRANDE 
DI LIMA 

D - Lei sta per essere giudicato per terrorismo. Cosa 
ne pensa? 

R - L’MRTA non esercita la propria violenza contro il 
popolo, ma contro coloro che dominano il popolo. La 
lotta rivoluzionaria che ha intrapreso L'MRTA con le 
masse popolari causa il terrore e la paura ad un'infima 
minoranza della popolazione del paese. E' evidente 
che per la maggioranza del popolo peruviano, la lotta 
dell'MRTA è una lotta giusta, espressione delle sue 
rivendicazioni centenarie e della sua sete di giustizia 
e di pace. 

D - Lei dice di essere in guerra, qual’è la caratteristica 
del suo movimento ? 

R - L’MRTA dal suo inizio ha rivendicato con molta 
chiarezza, attraverso le proprie proposte politiche co- 
me anche attraverso la sua pratica, che non ha niente 
a che vedere con un movimentodicarattereterrorista. 
In ogni azione politica e militare che ha sviluppato 
l’MRTA, tutti i prigionieri sono stati liberati e i feriti del 
nemico sono stati curati. La forza guerrigllera agisce 
in uniforme con su scritto MRTA. Questo per dire che 
l’MRTA, e le sue forze guerrigliere e militari sono re- 
golari e non possono venire confuse con altri gruppi 


terroristici. 

D - in che fase di evoluzione della guerriglia vi trovate ? 
R - L’MRTA insorge pubblicamente nell’anno 1984 In 
unaprimatappadanoldenominata“Di PROPAGANDA 
ARMATA”, tappa in cui si ècercato di creare i primi nu- 
clei armati nella città e nelle campagne e di incorpo- 
rare le masse nella lotta. Successivamente l’MRTA 
entra in unafase che noi abbiamo denominato “GLI ER- 
RIGLIERA" creando cosi i primi nuclei armati nelle 
città . In questa tappa si è creato II primo fronte guerri- 
gliero nord-orientale, che nel 1987 prese la città di 
Juanjui e catturò piu di cento poliziotti e una gran qua- 
ntitàdi armi. In seguito il fronte nord-orientale continua 
la sua operazione conquistando altre zone come la 
regione orientale e la regione centrale. Adesso siamo 
in unafase di“generalizzazione"dellaguerrigliaatutto 
ii paese. L’MRTA conta tre tipi di forze che noi chia- 
miamo la forza militare regolare, che deve dare vita 
all’esercito popolare T upac-Amarista, laforza miliziana 
e la forza di massa. 

D - Si dice che la guerriglia peruviana abbia vincoli 
stretti con il narcotraffico e che addirittura si finanzi con 
la coca. Qual’è la posizione che ha l'MRTA e come si 
finanzia? 

R - Noi pensiamo che il narcotraffico e un nemico 
dell’umanità. L’MRTA nelle zone d’influenza hadichia- 
rato guerra ai narcotrafficanti, li ha espulsi e ha proibito 
il consumo di droga. Vogliamo anche segnalare che la 
stragrande maggioranza dei contadini molte volte non 
trova nessuna alternativa e si vede obbligata a praticare 
la coltivazione della coca. 

D - Voi rifiutate qualsiasi legame con il narcotraffico. 
Come vi finanziate? 

R - L’MRTA si finanzia con l’appoggio del popolo pe- 
ruviano. Si finanzia anche con tasse rivoluzionarie e le 
principali imprese del paese e della borghesia dipen- 
dente devono pagare le loro tasse di guerra all’MRTA. 
Mai l’MRTA si è finanziato con il narcotraffico che è un 
nemico mortale. 

D - Lei ha conosciuto personalmente Alan Garda 
Perez, ex presidente del paese. Si dice persino che sia 
stato suo amico personale. Qual’è il suo parere? 

R - Alan Garcia è stata l’espressione più cruda del 
fallimento storico del partito aprista come alternativa 
storica nel paese. In A. Garcia trovano la loro espres- 
sione tutte le contraddizioni e le incoerenze delle di- 
rezioni dell’APRA che seppero utilizzare con un lin- 
guaggio populistico, le aspettative di ampie masse del 
paese. Dopo più di quattro anni di governo possiamo 
dire che il governo aprista ha fallito su tutti i fronti. E’ 
il governo che ha acuito di più la situazione di fame, 
miseria, di disoccupazione per ampie masse. 

D - Ha avuto rapporti con il Movimento Sendero 
Luminoso? Cosa pensa di questo movimento? 


Aprile 1993 



ecn milano 


R - Non abbiamo avuto nè abbiamo aicun rapporto con 
Sentiero Luminoso. Noi pensiamo che S.L. rappresenti 
i settori più arretrati poiiticamente e più marginaii della 
società peruviana. 

Abbiamo con loro profonde discordanze program- 
matiche, ideologiche e metodologiche. 

Pensiamo che nessuna forza rivoluzionaria possa 
arrogarsi il ruolo di essere l’unica rappresentanza del 
popolo. S.L. sostenendo la propriaguerrahaaumentato 
la propria violenza contro i settori organizzati della 
popolazione e in questo senso crediamo che S.L. si 
stia trasformando in un ostacolo per il Movimento Ri- 
voluzionario. Se S.L. non cambia sarà sconfitto politi- 
camente dai Movimento Popolare, nella misura in cui 
S.L. avanza, avanza anche il suo isolamento, perchè 
le masse popolari conoscono sempre più la politica 
reale di S.L. 

D - Nel caso Ipotetico in cui trionfi la rivoluzione 
dell’MRTA cosa succederà con S.L ? 

R - La rivoluzione peruviana non è soltanto il prodotto 
della lottadell'MRTA. Noi pensiamo che il trionfo della 
rivoluzione nella nostra patria dovrà essere la con- 
fluenza di tutti i settori del popolo oppresso che uniti in 
un grande Fronte possono vincere. In questo senso 
l’MRTA si rivendica come un settore che collabora, 
che lotta per il cambiamento rivoluzionario nel paese, 
ma nello stesso tempo ha una politica di alleanza con 
i settori della Sinistra Unita, con le basi del Partito 
Apriste, con I settori cristiani, con settori patriottici 
delle Forze Armate e delle Forze di Polizia che sono 
la stragrande maggioranza del paese. 


CIO' CHE DISSERO Al POPOLO 
DOPO L'ATTACCO DI PACAYSAPA 

Ciò che segue è il discorso testuale che l'MRTA disse 
al popolo prima di ritirarsi. 

Tupacamaristi, compagni, abbiamo iniziato una cam- 
pagna politico-militare neldipartimento, con laconquista 
di Tabalosos. 

Non è raro che il partito faccia questo. 

La repressione dell'esercito è indiscriminata, siamo 
coscienti di questo, quindi lottiamo per un ideale, e per 
quello lotteremo fino alla fine, fino alla vittoria, fino alla 
conquista del potere, fino a sconfiggere questo stato 
borghese per cambiarlo in uno Stato Socialista. 
Desideriamo cambiare questo regime che sta umiliando 
il popolo, che lo maltratta, quando non fanno dell'altro, 
non vedendo nellaforza del popolo la ricchezzafutura 
del Perù . Le forze armate sono istituzioni improduttive 
e parassiti che non fanno che divorare il paese. 
Lagrandezzadeifatti e ilcomportamentodei compagni 
tupacamaristi, hadeviato l'immagine di jene assassine 
e vandali del narcotraffico, come il governo aprista si 
sforzòdi qualificarli attraverso! mezzidi comunicazione 


e obbligando lo stesso presidente ad accettare l’esi- 
stenza della guerriglia tupacamarista. 

La settimana dopo la conquista di Juanjui, il governo 
decretò lo stato di emergenza e il segnale di coprifuoco 
in 7 province del dipartimento di San Martin. Il governo 
aprista versava in una situazione disperata e incontrò 
come unica via di uscita la repressione indiscriminata, 
la tortura, la scomparsa di persone e il genocidio. 

La campagna politico-militare del fronte guerrigliero 
nordorientale dell’MRTA, costituisce il momento più 
importante della lotta armata di questi anni è la con- 
tinuazione del cammino che ci ha lasciato il comandante 
Luis De La Puente e di Guillermo Lobatom. 

La conquista del popolo come nella vai di Sisa, S. 
Josè, S. Martin de Lao, Chatoja dopo la conquista di 
Chasuta, Yuronques, così come lo scontro con 
l’esercito e l’attacco all’aereoporto di Tarapoto con la 
distruzione di un elicottero MIC, in questo modo mo- 
strammo la vittoria della nostra prima colonna guer- 
rigliera. 

La partecipazione del popolo è fondamentale per l’a- 
vanzamento delia guerra rivoluzionaria. 

Invochiamo tutto il popolo a integrarsi nelle nostre file, 
ad assumersi le proprie responsabilità per un futuro 
migliore del nostro paese, alla rivoluzione, partecipando 
al combattimento diretto, collaborando in tutti I modi 
possibili atutto ciò che concerne la costruzione di una 
forza militare delle masse sfruttate. Riconoscendo 
che attualmente non c’è altro cammino per la libe- 
razione definitiva della nostra patria. 

Movimento Rivoluzionario 
Tupac Amaru 


INTERVISTA 

AD UN COMMANDO DELL'MRTA 

D - Oual’è l’opinione dell’MRTA sulle elezioni 
municipali? 

R - In primo luogo, crediamo che le elezioni sono la 
forma di riproduzione di questo sistema borghese che 
per pochi, o molti anni ci ha mantenuti nella domi- 
nazione. Per capire questo progetto, bisogna inqua- 
drare il concetto di colonia. La gente che governa que- 
sto paese, lo governa non perservire il popolo, non per 
dirigerlo e portarlo alio sviluppo, ma prendendolo co- 
me bottino, con il quale hanno acceso I differenti set- 
tori borghesi rappresentati dal proprio partito politico. 
Tenendo di ciò , compagni, crediamo che l’esistenza 
della differenza tra i partiti politici dentro al nostro 
popolo non contribuiscano allo sviluppo, ma a dividerlo. 
Ciò l’abbiamo comprovato quando nelle elezioni 
scorse, guadagno il candidato di Azione Popolare e 
tutti stavano contro il gruppo che si identificava con 
questo partito borghese. Lo stesso, l’esperienza, ci ha 
dimostrato dei diversi partiti politici. 


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Sfethle YUeoSUVIA/PCRU' 



ecn milano 


D - E dello scrittore candidato Mario Vargas Uosa? 
R - In quanto al candidato, io scrittore Mario Vargas 
Uosa, crediamo che è uno della reazione, uno della 
destra, rappresenta il settore più reazionario della 
borghesia. Per questo dobbiamo analizzare in che 
contesto appare Mario Vargas Uosa. Egli per noi rap- 
presenta la più alta classe borghese, i più alti interessi 
imperialisti e pretende di confondere il popolo con la 
sua supposta unità, offre una supposta parola rivolu- 
zionaria che dicono abbia supposta trasformazione, 
ma del nostro popolo, possiamo dire, che lo ha già i- 
dentificato come un eterno nemico, come gli eterni 
bugiardi che sempre sono venuti ad ingannare il po- 
polo, perciò crediamo che M. V. Uosa sia un rappre- 
sentante della borghesia e ha una linea politica più 
reazionaria degli altri partiti politici e non ha rappre- 
sentatività per erigersi come candidato del nostro 
paese. Non lo riconosciamo come tale, perchè cre- 
diamo che il popolo debba cominciare a governarsi da 
solo, partendo dalle sue assemblee popolari, dai suoi 
distretti per regioni e per province;e il popolo stesso 
deve eleggere le sue autorità. Qui noi progettiamo per 
decidere che si crei una lista unica e die il popolo cam- 
bi il sindaco appena questi delinque o rubi, o che com- 
metta un'infrazione, un’immoralità contro il popolo e 
se stesso, eleggendone un altro. 

D - Quali sarebbero I candidati che propone i’MRTA 
in ciascuna delle zone dove avete consenso, dato che 
le elezioni devono essere popolari, come ritenete? 

R - Nessuno, compagno. Noi proponiamo, che sia il 
popolo organizzato, mediante la sua assemblea po- 
polare, come espressione del potere che il popolo ha 
e che gli è stato negato per molto tempo, a decidere 
chi sia il migliore, senza tenere conto della linea poli- 
tica e senza farsi influenzare dal fatto che il nostro mo- 
vimento sia esteso su tutto il dipartimento. Crediamo, 
comunque, che al momento delle elezioni saremo 
nella condizione di controllare realmente tutto il di- 
partimento, arrivando a tutti i suoi pueblos. Questo è 
un progetto regionale, che abbraccia tutta la regione 
orientale. 

D - Che gruppo favorisce i’MRTA? 

R - Nessun gruppo compagno. Non crediamo in 
nessun partito politico, sia di destra che di sinistra. Noi 
li ignoriamo. Crediamo che il popolo debba eleggere 
le proprie autorità. 

Nel caso di queste elezioni municipali, abbiamo una 
questione definita, almeno per la regione orientale, 
che è la zona dove siamo in guerra. Sicuramente, il 
partito a livello nazionale deve avere alcune proposte, 
quella che abbiamo per le zone in cui slamo in guerra, 
è quelladi non far sentire il popolo estraneo al conflitto 
in atto. Il nostro obiettivo finale e quello di organizzare 
il popolo come potere popolare. E che dimentichi che 
c’è un governo, che c’è uno Stato, e che esso stesso 
sia, a partire da ora, un piccolo stato di cui stiamo 
facendo i primi passi. 


D - Per esempio, Sendero si finanzia con i 
narcotrafficanti, in che maniera si finanzia i’MRTA ? 
R - Il finanziamento che ha l’organizzazione, compagni, 
e dato dai recuperi, dai sequestri che II partito sta 
attuando, ai danni dei piu grandi esportatori del nostro 
paese, come castigo. Il popolo non può finanziarci e 
quindi lo fanno questi signori che si sono arricchiti con 
il sudore e il sacrificio dello stesso popolo dei lavoratori, 
degli operai delle città . Gli applichiamo una imposta 
di guerra e debbono pagarla, questo è il mezzo. Altro 
mezzo è l’appoggio diretto del popolo. In questo mo- 
mento, il nostro esercito popolare è sostenuto dallo 
stesso popolo, è il popolo organizzato che mantiene il 
suo esercito popolare. Questa è già una vittoria, 
compagni. 

D - QuaTè ii trattamento che L’MRTA risen/a ai 
produttori di coca, ai narcotrafficanti, dato che il 29% 
della popolazione economicamente attiva diS. Martin 
si dedica a questa attività ? 

R - Teniamo presente, compagno, che la produzione 
della coca si fà in tutto il dipartimento, la linea che stia- 
mo seguendo in questo momento è di organizzare la 
produzione della coltivazione, che sembra solo di co- 
ca ma non è dedicata solo a questa, ci sono altre pro- 
duzioni;peresempio banane oltre che coca, e poi mal- 
to, riso, tagioli;quello che non sta succedendo dalle 
parti di Tocache, dove tutto è controllato da Sendero 
Luminoso. Perchè Sendero permette a questa gente 
di seminare la coca e niente altro. Dopo ciò devono 
comprare tutto, quello che noifacciamo e di organizzare 
tutti i compagni campesinos intorno alla nostra linea 
politica, alia nostra posizione di partito, di permettere 
di seminare la coca, di produria e di venderia e con- 
trolliamo che sia venduta a un prezzo giusto e che que- 
sto prodotto non venga consumato nel nostro paese. 

D - Sappiamo che il popolo San Martinese produce 
coca e che l’economia di S. Martin è basata sù di essa, 
qual’è l’aiternativa che presenta i’UDS per estirparia 
senza portare un uiteriore impoverimento detta 
popolazione? 

R - Vorrei rispondere ai compagno in maniera obiettiva. 
La condizione attuaie non permette che il problema 
della coca sia risolto nell’Immediato. E' un problema 
che è stato discusso e ha avuto diverse interpretazioni 
neisettori politici della vita nazionale. Adesso nessuno 
può risolvere rapidamente questo problema, anche se 
ha una correlazione sul piano politico. Per noi rimane 
un lavoro indiscutibile, il problema adesso è educare 
il campesino ad una produzione diversa. Bisognadare 
al campesino la garanzia del lavoro, di orientarsi de- 
finitivamente verso altri settori di produzione, per un 
migliore destino della nostra popolazione e che si 
rompaquestoslstema. Lo stato, lasuaorganizzazione 
politica segnala che la coca è un problema latente nel 
paese. Qbiettivamente noi osserviamo che questo 
stato di cose è stato voluto dallo Stato, dagli Stati Uniti 
e da Sendero stesso, che assumono complicità nel 


Aprile 1993 


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ecn mìlano 


mantenimento di tale situazione. 

Non sottovalutando il problemadellacoca, noi riteniamo 
però di avere un nemico fondamentale: la borghesia 
e l'imperialismo. Attualmente stiamo combattendo le 
forze repressive dello stato, che attentano continua- 
mente gli Interessidel popolo, quindi oggi non abbiamo 
le condizioni per combattere adeguatamente anche il 
narcotraffico. 

D - A Taraponto c’è stata l'uccisione di 7 persone da 
parte deli’MRTA. Perchè questo fatto? 

R - In primo luogo, compagno, pensiamo che ladroga 
e la delinquenza sono prodotti del sistema e se non 
combattiamo questo sistema non c'è soluzione. Nel 
nostrodipartimento non accettiamo quelli che pensano 
solo a rubare, assaltare, assassinare, violando ifratelli 
di classe e le regole della comunità . Questo tipo di per- 
sone, diciamo che sono i nemici, prodotti del sistema 
che si sono convertiti in un pericolo per la comunità. 
Perquesto noiabbiamodato un ultimatum. Ultimatum 
che dà 1 5 gg. di tempo a chiunque per cambiare vita, 
trascorso questo tempo applichiamo le nostre regole. 
Questo valesoprattuttoperidelinquenti e iconsumatori 
di coca. 

D - Altro problema che mi sembra molto importante è 
quello di “Rodrigo Franco” che continuamente minaccia 
i giornalistl;come noi che stiamo parlando con voi 
dell’MRTA o con qualsiasi forza rivoluzionaria. 

R - Sì , compagni, desideriamo fare una denuncia 
nazionale e internazionale:in primo luogo fù l'attuale 
ministro Augustin Mantilla che prese armi dalla Corea 
e creò il CRF. Questo è un problema sia per il popolo 
sia per la nostra organizzazione, il CRF è stato creato 
come una forza dell'APRA, ma con caratteristiche to- 
talmente controrivoluzionarie, che è contro tutte le 
forme di organizzazione del popolo. 


F.i.P. MI LEoncavallo 22 - 2 aprile 1993 



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Spedale YUGOSUVIA / FEIÌU'